La mattina del 23 gennaio in Olanda non si parlava di altro: il premier Mark Rutte ha acquistato pagine su diversi quotidiani del Paese per pubblicare un suo messaggio elettorale. Facendo appello a “alle nederlanders” (tutti gli olandesi), il primo ministro in carica ha denunciato la perdita dei valori tradizionali nei Paesi Bassi e la minaccia rappresentata da gente che viene da fuori, ostile a questi valori. A leggere, si fatica a immaginare che l’autore sia un capo di governo; nel testo, dopo una serie di noiose analisi sui  comportamenti “devianti che si fanno norma”, su “coloro che molestano donne in mini-gonna, che aggrediscono gay e considerano l’olandese medio “razzista”, il premier presenta la sua ricetta: “Se i nostri valori non vi piacciono, avete un’opzione: andarvene”.

Un primo ministro che prende di petto una comunità solo apparentemente non ben definita, ovvero richiedenti asilo e immigrati, anche di seconda/terza generazione – e la invita a lasciare il Paese, creando una frattura tra il “noi” – gli olandesi – e il “loro” – gli stranieri – è tanto nei toni, quanto nella forma una propaganda abbastanza irrituale. Certo le elezioni sono alle porte – nei Paesi Bassi si voterà il 15 marzo – e i sondaggi danno il Pvv, partito di Geert Wilders, in testa ai sondaggi. Il premier liberal-conservatore ha perso molti consensi negli ultimi tempi e ora, a poco più di un mese dal voto, spera con una massiccia virata a destra di riuscire ad agguantare il voto di provincia, quello che deciderà la partita elettorale.

Sarà il tentativo di bilanciare l’enorme pubblicità che Wilders ha ottenuto dal palco di Koblenz la scorsa settimana oppure sarà il timore per il crollo elettorale del suo partito – che dalle elezioni del 2012 ha dimezzato i consensi – qualunque sia la spiegazione, la “radicalizzazione” del Vvd quello che una volta era un partito liberale è oggi un dato di fatto. D’altronde il mercato dei consensi muta e la destra conservatrice, di solito poco a suo agio con le tematiche sociali, è costretta ora a preoccuparsi anche di chi non ce la fa (ma solo se elettore): cosi il partito delle multinazionali diventa nazionalista e cerca di rubare il campo alla destra populista, tentando però di distinguersi: Wilders promette deportazioni di immigrati, Rutte si limita a un più educato, e presidenziale, sciò sciò.

Questo fenomeno è evidente per i liberali in Olanda, ma lo è altrettanto nel resto d’Europa. Il Vvd di Mark Rutte, come già successo ai Conservatori inglesi con lo Ukip, ha abbandonato da un pezzo la competizione elettorale con la sinistra, per concentrarsi sull’inseguimento del Pvv. Sul piano politico, certamente un inseguimento al ribasso.

E questo processo di radicalizzazione degli (ormai) ex partiti conservatori, si riversa anche su un altro terreno preso in ostaggio dal populismo: l’Europa. Proprio la scorsa settimana, Mark Rutte aveva “duellato” con il presidente uscente del Parlamento europeo, Martin Schulz, al World Economic Forum: “Il principio di Unione sempre più integrata è morto e sepolto”, ha detto Rutte. Il premier olandese, terrorizzato dal rischio della “Nexit”, l’equivalente olandese della Brexit, tanto agitato da Wilders, si è ultimamente reinventato antieuropeista. O meglio, europeista a scartamento ridotto: no all’integrazione (politica) europea e sì al mercato unico senza regole.

Su scala continentale, il messaggio elettorale del premier olandese è un episodio da non sottovalutare: la metamorfosi dell”elitè”, soprattutto quella liberal-conservatrice, che prende in prestito temi e toni del populismo potrebbe essere il trend delle prossime campagne elettorali. E non lascia sperare nulla di buono.

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