Si preannuncia l’era degli “uomini di ferro” nell’anno 2017. Tramonta con l’addio di Obama un leader dotato di visione: un orizzonte in cui la propria nazione era immaginata a contribuire con la sua leadership per un equilibrio più pacifico, più equo del pianeta. Subentra il presidente dell’America First, la versione statunitense del Deutschland über alles.

Trump non è un caso isolato. La sua visione di una leadership dura, all’insegna dell’egoismo nazionale e del primato assoluto della (propria) ragion di stato, trova delle controparti eguali nell’attuale panorama geopolitico. Personalità inclini a tracciare con la scure, all’interno e all’esterno del proprio stato, la frontiera tra “noi” e “loro”. Che individuano l’immagine del nemico in qualsiasi critico, oppositore o portatore di interessi diversi. Pronte a spazzare gli ostacoli con la pura forza – se si danno le condizioni.

“Visionario” e “visionary” hanno un significato assai diverso in italiano e in inglese. La parola italiana designa una persona un po’ pazza. Il termine inglese indica invece chi è portatore di una visione lungimirante e innovatrice, non tesa a una difesa angusta dell’esistente.

Obama era “visionary”. Si è battuto per impiantare negli Stati Uniti uno stato welfare all’europea con un servizio sanitario nazionale – per tutti – , si è battuto per la salvaguardia dell’ambiente e un controllo dei cambiamenti climatici a livello internazionale, si è impegnato per voltare pagina rispetto all’interventismo militare disastroso di Bush e per portare alla nascita di due stati coesistenti: Palestina e Israele. Non da ultimo, la sua presidenza doveva sgonfiare il tumore razzista presente nelle viscere della società statunitense. E’ stato il contrario.

Le elezioni presidenziali americane segnano la fine di una stagione di speranze. In ultima analisi il “progetto Obama” ha perso. Ricordare il primo presidente nero americano, anche con le sue debolezze e i suoi fallimenti, serve da indicatore per capire dove stanno adesso sulla scena internazionale i personaggi “visionari” . Non se ne vedono tra i capi di stato e di governo. E’ l’era dei duri. Trump, Putin, Erdogan, Netanyahu, Al Sisi. Simili ai giocatori di poker del Far West: le carte in mano e la pistola sul tavolo.

Scorrendo lo sguardo sull’orizzonte, mentre inizia il 2017, l’unico leader internazionale a proporre un’idea di “bene comune” globale e di una convivenza inclusiva dentro e fuori i confini della propria patria, rimane il pontefice che ha scelto il nome del Povero di Assisi.

Sono stati necessari la Brexit e il rovesciamento radicale avvenuto negli Stati Uniti perché le élites politiche e mediatiche si accorgessero del problema enorme delle disuguaglianze, dell’emarginazione, della povertà crescente dei ceti medio-popolari in Occidente. Fa sorridere lo stupore con cui queste élites hanno mostrato di accorgersi che esiste una globalizzazione sfruttatrice, inesorabile nel produrre ed espellere “scarti sociali”.

Eppure da tre anni papa Bergoglio punta i riflettori e ammonisce con razionalità sui pericoli e i danni immensi causati da un capitalismo finanziario, senza regole, senza legami con la comunità, senza alcun interesse a far partecipare tutti i produttori alla vendemmia dei profitti. Come gli antichi profeti di Israele papa Francesco ricorda ai sovrani economici e politici dell’era contemporanea che deve esistere una giustizia nell’organizzazione dell’economia e della società. Il suo Vangelo sociale – evidentemente alimentato dal suo slancio religioso e dalla sua sequela di Cristo – è oggi quanto di più laico si possa ascoltare.

“Non fingere che tutto sia in ordine”. Perché non si possono trattare come “scarti” anziani emarginati e giovani in cerca di lavoro. Non si possono chiudere gli occhi davanti al legame tra degrado dell’ambiente naturale e degrado dell’ambiente sociale. Non si possono abbandonare milioni di migranti nelle mani dei mercanti di morte o immaginare di schiacciarli contro il filo spinato senza un’ombra di politica mirata all’integrazione o allo sviluppo delle loro terre di partenza.

Francesco è l’unico leder a non stancarsi di ricordare a un sistema politico-mediatico (il quale, dopo rapidi flash nei Tg si volta ostinatamente dall’altra parte) che oggi esistono e si diffondono nuove schiavitù. NUOVE SCHIAVITÙ. In Occidente e in Oriente, nell’emisfero Nord e nell’emisfero Sud. Decine, centinaia di milioni di esseri umani gettati nella catena di produzione dell’industria sessuale, del lavoro nero, delle aziende clandestine, del precariato eretto a sistema.

E così, nel nuovo mondo dei “duri”, varrà la pena di non perdere di vista il papa argentino che mette a nudo una politica “sottomessa alla finanza e alla tecnologia” e con il suo messaggio per la Giornata della Pace del 2017 offre all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale un manuale inedito di “non-violenza attiva” per affrontare i problemi del pianeta.

L’uomo venuto dalla fine del mondo in realtà si colloca nel cuore dei suoi drammi.