In seguito alla controversia tra Regione Abruzzo e Provincia di Pescara, la Corte Costituzionale ha pronunciato una sentenza destinata a fare storia, la 275/2016, che mette in discussione il noto art. 81 della Costituzione, quello che contiene il principio del pareggio di bilancio.

La Corte afferma: “Il diritto all’istruzione del disabile è consacrato nell’art. 38 Cost., e spetta al legislatore predisporre gli strumenti idonei alla realizzazione ed attuazione di esso, affinché la sua affermazione non si traduca in una mera previsione programmatica, ma venga riempita di contenuto concreto e reale. La natura fondamentale del diritto, che è tutelato anche a livello internazionale dall’art. 24 della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 13 dicembre 2006, ratificata e resa esecutiva con legge 3 marzo 2009, n. 18, impone alla discrezionalità del legislatore un limite invalicabile nel «rispetto di un nucleo indefettibile di garanzie per gli interessati» (sentenza n. 80 del 2010), tra le quali rientra il servizio di trasporto scolastico e di assistenza poiché, per lo studente disabile, esso costituisce una componente essenziale ad assicurare l’effettività del medesimo diritto”.

La Regione aveva negato in parte il finanziamento del 50% per il servizio di trasporto degli studenti disabili alla Provincia, perché tale erogazione era prevista “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio e iscritta sul pertinente capitolo di spesa”. La Corte dichiara invece l’illegittimità dell’art. 6 della legge della Regione Abruzzo 78/1978, limitatamente all’inciso “nei limiti della disponibilità finanziaria determinata dalle annuali leggi di bilancio e iscritta sul pertinente capitolo di spesa”. “È la garanzia dei diritti incomprimibili ad incidere sul bilancio, e non l’equilibrio di questo a condizionarne la doverosa erogazione.”

Con questa frase, la Corte fornisce un’indicazione importante, che può aprire nuove strade non solo per l’intero settore dell’Istruzione, da decenni compresso e depauperato proprio da esigenze contabili, da brutali conteggi di bilancio, ma nell’intero panorama delle relazioni socio-economiche del nostro Paese. Nei giorni seguenti al 4 dicembre e già durante tutta la campagna referendaria nei comitati per il No abbiamo affermato spesso che – dopo aver difeso la Costituzione – ne avremmo preteso quel rispetto che proprio questa sentenza prevede. Essa infatti erode in modo autorevole uno dei dogmi infiltrato nella Carta dal neoliberismo: il pareggio di bilancio (art. 81) e le sue feroci ripercussioni sulla tenuta dello stato sociale.

Mostrando come – dal trattato di Maastricht del 1993 in poi – l’egemonia dell’economia di mercato e la sua priorità rispetto ai diritti fondamentali dell’individuo hanno prodotto politiche completamente opposte ai principi sanciti dalla Carta. Del resto, se non si affermerà un modello diverso dei rapporti tra la difesa del profitto e della ricchezza finanziaria da una parte e cittadinanza e sovranità popolare dall’altra, non avremo mai condizioni soddisfacenti rispetto all’esigibilità dei diritti alla salute, all’istruzione; la devastazione ambientale, i danni dell’Ilva di Taranto, il treno di Corato, gli smottamenti liguri e tanto altro ancora continueranno a scandire tristemente cronache e rinuncia alla civiltà della centralità della dignità e dell’integrità degli esseri umani.

Questa prospettiva non potrà mancare dall’agenda di chi si candiderà a governare il Paese (quando finalmente cesserà il sequestro di democrazia, ancor più evidente dopo la vittoria del No al referendum): chi vorrà segnare discontinuità con le politiche liberiste dovrà esplicitare il proposito di modificare l’attuale art. 81 e il suo carico di diseguaglianza e violenza. A noi cittadini esigere che ciò accada.

Se questo non dovesse avvenire, se continuasse a prevalere – nell’indifferenza di alcuni e nell’ipocrisia di altri – l’idea che le esigenze del nostro Paese debbano essere subordinate ai diktat della finanza internazionale, il Sud sarebbe destinato a essere sempre più tale; l’ambiente sarebbe sempre più saccheggiato e devastato; la salute si trasformerebbe definitivamente da salvaguardia del benessere psicofisico a ottimizzazione del rischio; lavoro, istruzione, cultura sarebbero irrimediabilmente mercificati e sottratti a ogni istanza critica e negoziale.