Da Francoforte è arrivato un no e così Siena prova a prendersi altro tempo da sola. Stando a quanto riportato da Reuters nel primo pomeriggio di venerdì in attesa di ufficializzazione, ma senza che sia arrivata alcuna smentita, il consiglio di vigilanza della Bce, al termine di una lunghissima riunione iniziata giovedì pomeriggio, ha respinto la richiesta del Monte dei Paschi di Siena di una proroga di 20 giorni alla scadenza di fine anno per completare l’aumento di capitale da 5 miliardi. Ora per Rocca Salimbeni la strada del salvataggio statale è praticamente obbligata. Un quadro che si incrocia inevitabilmente con la crisi di governo: di fronte all’urgenza di varare il decreto per la ricapitalizzazione dell’istituto con soldi pubblici è probabile che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella accelererà la scelta del nome a cui affidare la guida dell’esecutivo destinato a traghettare il Paese fino al varo della nuova legge elettorale. Lo sa bene il consiglio di amministrazione della banca senese che, al termine dell’ennesima riunione, nella serata di venerdì ha fatto sapere “di non aver ricevuto alcuna comunicazione” dalla Bce, la banca “prosegue pertanto tutte le attività propedeutiche al completamento” della ricapitalizzazione. Il board è stato quindi “aggiornato a domenica 11 dicembre alle ore 16”, quando è più probabile che l’incarico di formare il governo sia già stato affidato.

Da Palazzo Chigi arriva intanto l’informale conferma che il testo del provvedimento di salvataggio è già sostanzialmente pronto per essere varato se necessario. Ma è appunto difficile che ad approvarlo possa essere un premier, Matteo Renzi, che è in carica solo per gli affari correnti e che ha accuratamente evitato, prima del referendum, di firmarlo assumendosi così la responsabilità di riconoscere il flop del piano “di mercato” messo a punto a luglio dagli advisor Jp Morgan e Mediobanca su pressione dell’esecutivo che non ha voluto firmare il salvataggio della banca toscana con denaro pubblico. Anche per timore di inficiare l’esito positivo del referendum costituzionale che non è comunque andato a buon fine. E così è toccato alla Bce staccare la spina, con immediate ripercussioni sia sul titolo dell’istituto, le cui contrattazioni non sono ancora state sospese dalla Consob di Giuseppe Vegas, nonostante la drammaticità della situazione. Subito dopo la diffusione della notizia il titolo Mps è stato sospeso in Borsa in asta di volatilità. Riammesso alle contrattazioni, ha chiuso con un crollo del 10,5%. In caduta libera anche alcune delle obbligazioni subordinate che potrebbero essere pagare il conto del salvataggio.  Il subordinato Tier2 con scadenza settembre 2020 ha perso l’11% sul Mot, a 54,55, mentre il bond da 2,16 miliardi finito in mano ai risparmiatori retail ha perso l’8,2%, a quota 50, sulla piattaforma Ddt di Mps. Più contenuto il calo di altri titoli, come il Tier2 con scadenza aprile 2020 (-2,1% sulla piattaforma Euro Tlx). Più lievi, ma comunque sensibili, le ripercussioni sui titoli di Stato a dieci anni che hanno visto i rendimenti tornare sopra il 2% con un differenziale rispetto al Bund di pari durata che è salito da 161 a 168 punti.

Le ipotesi sul tavolo e la posizione del cda – L’attesa deliberazione del consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni che si è riunito nel pomeriggio per valutare il da farsi anche per rassicurare i depositanti, onde evitare che la banca soccomba per asfissia prima che arrivi la mano dello Stato, si è poi tradotta in sostanza in una mezza rassicurazione, con un aggiornamento a dopo l’arrivo di un presidente incaricato. Intanto però si moltiplicano le ipotesi sulle possibili modalità di intervento dello Stato. Uno schema di soluzione è sul tavolo già dalla scorsa estate, da quando si parla di una ricapitalizzazione precauzionale previo “burden sharing“, cioè condivisione degli oneri, a carico degli azionisti e degli obbligazionisti subordinati, che verrebbero azzerati in tutto o in parte. Ma le varianti sul tema con i relativi dettagli sono tutti da appurare. Un’alternativa che consentirebbe di guadagnare tempo nonostante la Bce, potrebbe invece essere il subentro dello Stato – direttamente o attraverso sue emanazioni in scia al modello Atlante – al consorzio di garanzia della ricapitalizzazione che si è defilato. In tal caso, che ben si sposa con le mosse del cda, si procederebbe per forza di cose all’intervento diretto dello Stato solo se l’aumento di capitale dovesse fallire, circostanza che richiederebbe l’entrata in campo dei garanti. Tutte ipotesi, però. Quel che è certo, al momento, è che l’amministratore delegato di Mps Marco Morelli e il presidente dell’istituto, Alessandro Falciai, sono in continuo contatto con il primo azionista dell’istituto, il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, che hanno incontrato venerdì mattina.

La salvaguardia per i piccoli risparmiatori Uno dei nodi più delicati, quale che sia l’intervento dello Stato, è la contemporanea salvaguardia dei piccoli risparmiatori. L’iniezione di soldi pubblici nelle banche in difficoltà è consentita anche dopo l’entrata in vigore del bail in se l’istituto è solvente, il fabbisogno di capitale non può essere coperto ricorrendo al mercato e i detentori di azioni e obbligazioni subordinate vengono chiamati a rispondere per primi, riducendo così almeno in parte l’onere che va a ricadere sui contribuenti. Le regole europee tuttavia, come ricordato due giorni fa dal commissario europeo alla Concorrenza Margrethe Vestager, non impediscono di rimborsare i risparmiatori ai quali siano stati venduti titoli di cui non erano in grado di comprendere i rischi. Qualcosa di simile a quanto accaduto nel caso del salvataggio di Banca Etruria, Banche Marche, Carichieti e Cariferrara, i cui obbligazionisti subordinati che non hanno voluto accedere al rimborso forfettario però ancora attendono il decreto sulla procedura alternativa, quella dell’arbitrato. Questa decisione spetta comunque alle autorità nazionali. Un’altra via ipotizzata nei giorni scorsi per Mps è che il Tesoro acquisti direttamente i bond subordinati in mano ai piccoli risparmiatori. Ma in quel caso parliamo di circa 2 miliardi di euro. Gli stessi su cui, secondo un’altra ipotesi in circolazione, la banca vorrebbe fare leva per ridurre le proprie necessità di capitale. Come? Ottenendo da Consob la rimozione dei paletti precedentemente messi alla conversione in azioni delle obbligazioni in mano agli investitori non professionisti e procedendo a una nuova offerta dopo l’insuccesso della settimana scorsa.

Consiglio di vigilanza Bce diviso. Poi hanno prevalso i “falchi” – Quanto alla Bce, i membri del consiglio presieduto da Danièle Nouy, secondo Reuters, erano divisi sull’opportunità di concedere all’istituto senese venti giorni in più rispetto al termine del 31 dicembre previsto per completare il rafforzamento patrimoniale. Mps aveva chiesto fino al 20 gennaio, il tempo di avere un nuovo governo o, come dichiarato, di tentare di mandare in porto l’aumento di capitale sul mercato, sostenendo che lo richiedeva il “mutato contesto di riferimento” dopo la vittoria del No alla riforma costituzionale e le dimissioni di Renzi. Facile immaginare una dura opposizione da parte della vicepresidente, la tedesca Sabine Lautenschläger, notoriamente su posizioni contrarie a politiche monetarie favorevoli ai Paesi “deboli” dell’area euro. Altri membri temevano che un no avrebbe esposto la Bce all’accusa di aver “staccato la spina” all’istituto, facendo potenzialmente scattare un deflusso di depositi. Fatto sta che la decisione è stata quest’ultima ed è stata diffusa ben prima del timing previsto dalla Bce per ufficializzarla.