A chi resterà in mano il cerino Mps? Dopo aver perso mesi nel vano tentativo di trovare una “soluzione di mercato” alla crisi dell’istituto senese, ora il gioco sembra diventato quello di guadagnare tempo per non assumersi le responsabilità politiche di questo disastro, scaricando sul prossimo governo l’onere dell’intervento. Già venerdì 2 dicembre – prima ancora che aprissero i seggi elettorali – era evidente che l’operazione di conversione dei bond subordinati in azioni MontePaschi era andata male, ma è stata scelta la strada di non dare le cifre del disastro limitandosi a dire che le adesioni avevano “superato la soglia di un miliardo di euro”. Alla chetichella, nella notte tra lunedì 5 e martedì 6 dicembre, la banca ha poi diffuso il comunicato con il dato definitivo: le adesioni si sono fermate a 1 miliardo 28 milioni e qualche spicciolo, addirittura meno del dato utilizzato (1,043 miliardi) per redigere i bilanci pro forma allegati al prospetto informativo.

Di quanto era stato superato il miliardo di euro venerdì a operazione chiusa? Come mai ci sono volute circa 72 ore per contare qualche spicciolo? Non è dato a sapersi, così come non si sa per quale ragione ieri non sia stata comunicata ufficialmente la decisione di rimandare di tre-quattro giorni la decisione se procedere o meno con l’aumento di capitale, permettendo che sul mercato si creasse una disparità informativa. Intanto il titolo continua a scendere e si apprende che Marco Morelli, l’uomo imposto alla guida di Mps dall’advisor Jp Morgan, è volato a Francoforte per cercare di spuntare dalla Bce una proroga sul termine dell’operazione di ricapitalizzazione che dovrebbe chiudersi entro fine anno.

Il consiglio d’amministrazione della banca, inizialmente fissato per martedì, è stato spostato a mercoledì, quando si svolgerà anche direzione del Pd. Una coincidenza? Mica tanto: l’evoluzione del quadro politico è ritenuta essenziale dagli advisor Jp Morgan e Mediobanca e dal Tesoro per decidere come procedere. O meglio, quando staccare la spina, perché è evidente che non è stato trovato alcun investitore disposto a mettere un centesimo nell’aumento di capitale e che dunque la “soluzione di mercato” non è praticabile (servono 5 miliardi per una banca che a stento vale 500 milioni).

Ma si tergiversa ancora guardando a Roma, alla formazione di un nuovo governo sul quale scaricare l’onere del salvataggio pubblico del MontePaschi, onere che né Renzi né Padoan hanno voluto assumersi anche perché non saprebbero cosa dire alle centinaia di migliaia di correntisti che si ritrovano con i bond subordinati di Mps in portafoglio e rischiano di vederseli cancellare con un tratto di penna dal giorno alla mattina. In queste settimane è stata fatta filtrare dal Tesoro la voce che con Bruxelles si è raggiunta un’intesa per rimborsare gli obbligazionisti retail nel caso in cui si arrivasse al salvataggio pubblico e alla cancellazione dei titoli subordinati. Peccato che sia solo una voce e che la realtà dei fatti sia lì a dimostrare come il governo Renzi a più di un anno dal decreto Salva Banche non abbia ancora varato il decreto sugli arbitrati – atteso dallo scorso luglio – per consentire ai risparmiatori truffati di ottenere la restituzione del maltolto in tempi rapidi e a costi contenuti.

L’irresponsabilità del governo è tale che non si rende nemmeno conto che ogni giorno perduto nella sistemazione di questa partita ha conseguenze nefaste sull’intero sistema bancario, a partire dagli anelli più deboli come le quattro banche finite in risoluzione nel novembre 2015 e non ancora vendute e le due ex popolari venete che ora per evitare il peggio tenteranno la disperata mossa della fusione, ma che presto avranno bisogno di capitali freschi (e tanti) avendo ormai esaurito il foraggio profuso dal sistema bancario e dalla Cdp attraverso il fondo Atlante.