Il Senatùr piazza la zampata in un pomeriggio di novembre, a una settimana dal referendum costituzionale. Boccia senza possibilità di appello la Lega Nord formato nazionale sognata da Matteo Salvini e mette un’ipoteca sul futuro del Carroccio. “Rischia di cambiare la Lega? No, rischia di cambiare il segretario, la base non vuole più Salvini, non vuole più uno che ogni giorno parla di un partito nazionale”. Il richiamo alle origini Umberto Bossi lo lancia da piazza del Podestà, a Varese, durante la festa per i 30 anni della prima sede del Carroccio.

“Queste affermazioni mi fanno sorridere – smorza la polemica Salvini, raggiunto al telefono da IlFattoQuotidiano.it – in questo momento sto facendo battaglia sul referendum e sono impegnato nella difesa della Costituzione. Il congresso lo faremo a tempo debito e non ho dubbi su come andrà a finire. Chi in questo momento va dietro a queste beghe politiche fa il gioco di Renzi”.

Proprio quando la Lega è chiamata a dimostrare di poter aspirare al rango di partito nazionale e il giovane Salvini si gioca le proprie chance per mettere il Carroccio alla guida del centrodestra italiano, il vecchio leone mette nel mirino il segretario nazionale, chiedendo che si tenga il congresso federale al più presto, visto che “il 16 dicembre scade il mandato”. E chi dev’essere il nuovo segretario? “Lo deciderà il congresso – ha risposto – il congresso è sovrano”.

Come un apprendista imbranato che non ha ancora ben capito le regole del gioco, ecco come l’Umberto sceglie di trattare il giovane Matteo. Come, o peggio di come Berlusconi tratterebbe un Parisi qualsiasi. “Salvini ha i voti? – domanda in via retorica l’Umberto, seduto nel bilocale dal quale 30 anni fa lanciò il sogno della Padania libera – i voti non servono a niente, se non sai per che cosa li prendi“, infierisce parlando con i giornalisti. Secondo l’ex leader della Lega, “alla base, soprattutto in Lombardia e in Veneto, non frega niente dell’Italia“. Quindi, a suo avviso, ci vuole un nuovo congresso federale che stabilisca una linea, anche se per Bossi la linea è una sola: l’indipendenza della Padania, che è scritta nel primo articolo dello Statuto della Lega Nord. E, possibilmente, “un nuovo segretario, uno che si attenga allo Statuto e non faccia quello che vuole”.

Il Senatùr annusa l’aria, sente il vento populista che spira sull’Europa alla vigilia delle elezioni in Austria, Francia e Germania. La poltrona di Renzi scricchiola sempre di più ogni minuto che passa prima del referendum costituzionale e gli squali il sangue lo avvertono da lontano. Il 4 dicembre “bisogna votare No, penso che arriverà una valanga di No, che asfalterà Renzi”, preconizza, convinto che il premier sarà sconfitto non tanto per il testo della riforma della Costituzione, quanto “perché la gente voterà contro il governo che ha distrutto il Paese, bisogna guardare i numeri del lavoro“.

A Bossi è stato anche chiesto in che cosa il premier sia diverso da Silvio Berlusconi, che nei giorni scorsi aveva definito Renzi l’unico altro leader in circolazione. “Beh, Renzi è un bauscione, è sfacciato, fa troppa pubblicità a se stesso – è stata la risposta del fondatore della Lega – fa così, ma poi è uno che non è capace di fare le cose. I numeri lo condannano”.

La prima sede del movimento a Varese, aperta nel 1986, ancora in affitto. Il Senatùr si è seduto alla scrivania, sigaro in bocca, davanti ai militanti, alcuni dei quali c’erano già trent’anni fa. Poi ha tagliato la torta insieme a Roberto Maroni e all’ex senatore Giuseppe Leoni, fra i fondatori della Lega Lombarda con Bossi nel 1984. Poi mentre si alzava dalla scrivania, Bossi ha notato un manifesto dell’epoca con lo slogan Più lontani da Roma, più vicini all’Europa. “Bisogna mandarlo a Salvini!”, ha esclamato, scoppiando in una risata.

Ha collaborato Alessandro Madron