Matteo Renzi è evidentemente troppo impegnato nella campagna a tappeto a suon di promesse mirabolanti per un Sì (che assicura solo un futuro, il suo) per preoccuparsi seriamente di far sentire la sua voce sull’ennesima dichiarazione di tono e contenuto camorristico dell’amico governatore-sceriffo Enzo De Luca nei confronti di Rosy Bindi, troppo fissata con la legalità.

Questa volta data la dirompenza disgustosa dell’attacco rivolto alla presidente della Commissione Antimafia già “impresentabile in tutti i sensi”, come aveva detto ad 8 e mezzo dopo che l’aveva incluso tra gli impresentabili alle Regionali sulla base del codice di autoregolamentazione del Pd, non poteva passare inosservata o essere derubricata ad “intemperanza” come è avvenuto troppe volte, soprattutto quando i bersagli erano le pecore nere del M5S o un giornalista indipendente come Peter Gomez. Il premier invece si è limitato a definire “inaccettabile” l’uscita di De Luca senza fare alcun atto concreto.

Ora De Luca ha accusato testualmente la sua compagna di partito di “una cosa infame, da ammazzare” solo perché in ottemperanza alla Severino aveva applicato i criteri deontolgici approvati dal Pd anche nei suoi confronti e si è levato unanime un coro di condanna. Sono intervenute le massime cariche dello Stato, esponenti politici di tutti i partiti, e all’interno del Pd da Orfini, Guerini e Serracchiani è partito, un po’ tardivo l’invito a De Luca a “darsi una calmata e a chiedere scusa”. Un’esortazione sembrerebbe anche dettata dalla preoccupazione per il disgusto che l’ennesima becera esibizione muscolare di De Luca può ingenerare nell’elettorato del Pd in Campania e nel Sud, dove il No viene dato decisamente in vantaggio, nonostante la macchina da guerra propagandistica del presidente-segretario.

E se nel Pd molti esponenti della minoranza e anche un “mediatore” come Gianni Cuperlo, convertitosi al Sì in vista dell’impegno a rivedere l’Italicum, auspicherebbero per De Luca qualcosa di più drastico delle scuse, da parte del segretario non c’è stato alcun commento.

Ed è facile immaginare che non vedrà motivo di esprimere solidarietà a Rosy Bindi visto che nel 2015 i renziani avevano fatto muro a difesa del loro candidato che sarebbe diventato governatore grazie al contributo decisivo del listone dei cosentiniani di Campania in Rete collegato al Pd.

Lo stesso Renzi, a caldo, di fronte all’attacco e alle minacce sferrate allora da De Luca alla Bindi era intervenuto per screditarla nel suo ruolo istituzionale con l’ammonizione a “non usare l’antimafia per regolare i conti interni al Pd”.

E poi forse nello stesso giorno in cui Nicola Cosentino è stato condannato a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione camorristica in un processo lungo e complesso per l’ingente mole probatoria, il presidente del Consiglio deve aver ritenuto opportuno lasciare da parte la Campania, le “esuberanze verbali” del suo incontenibile governatore, le rocambolesche modalità e i pittoreschi impresentabili con cui riuscì a sfilarla nel 2015 a Stefano Caldoro.