“Non vedevo una folla così dall’inaugurazione del 2008”. Barry Thomas è un insegnante di 48 anni. Ha partecipato a tutti i momenti salienti della politica democratica di questi anni. Viene da Trenton e dice di essere “incredulo” di fronte alla folla che la notte prima del giorno elettorale si è riversata davanti all’Independence Hall di Philadelphia per salutare Hillary Clinton e Barack Obama. “E’ il nostro modo per salutare Obama e dare il benvenuto a Hillary”, dice. E aggiunge: “Oggi mi sembra che l’America sia arrivata al termine di un viaggio iniziato con Martin Luther King. Abbiamo avuto il primo presidente nero. E avremo tra qualche ora la prima presidente donna”.

Non ci sono dubbi, esitazioni, incertezze tra la folla dei democratici arrivati a Philadelphia. La vittoria è a portata di mano, dicono, “ma la gente deve andare a votare, io voglio svegliarmi alle sei e portare tutti quelli che conosco ai seggi e bussare a tutte le porte perché la gente voti”, mi racconta Thelma Pick, un’altra insegnante afro-americana presente sul prato dell’Independence Mall. In effetti “andate a votare” è stato l’urlo, lo slogan di tutti quelli che hanno parlato nel rally finale della campagna democratica. “Sono solo pochi minuti del vostro tempo. Andate a votare”, ha detto Hillary Clinton. “Vi imploro. Andate a votare”, ha chiesto alla folla Barack Obama. “Non fate sì che mercoledì vi possiate svegliare con un presidente repubblicano perché non siete andati a votare”, ha ripetuto Michelle Obama. E l’appello al voto è stato ribadito in maniera quasi ossessiva anche durante gli interventi di Jon Bon Jovi e Bruce Springsteen, che hanno scaldato la folla con la loro musica in attesa degli interventi politici.

Queste elezioni, per i democratici, si vincono del resto sull’affluenza al voto. E se le notizie che arrivano dai vari Stati sono positive per il partito di Hillary Clinton (affluenza record in Florida, Nevada, Arizona, North Carolina, soprattutto nelle zone con una forte presenza di ispanici e afro-americani), il timore che il voto non basti, che Donald Trump riesca a sferrare un ultimo colpo imprevisto, è comunque forte. “Non bisogna illudersi. Donald Trump rappresenta una fetta importante d’America. Ci può non piacere, ma esiste e forse è anche più forte di quanto noi e voi giornalisti pensiate”, spiega Mohammed Igual, un ragazzo del Bangladesh che è a New York da cinque anni e che vota Clinton “perché Trump pensa che tutti i musulmani siano terroristi”.

Il rally di Philadelphia, quello conclusivo di una campagna cattiva, faticosa, interminabile, ha visto un passaggio di testimone simbolico (almeno nelle speranze dei democratici) tra Obama e Clinton. Introdotto dalla moglie Michelle (cui è stato tributata l’ovazione più appassionata della serata), Obama ha dipinto Clinton come la “guardiana” della sua eredità. “Abbiamo la possibilità di eleggere un presidente che proseguirà quello che abbiamo fatto sinora, che finirà il nostro lavoro, che ha già il rispetto dei leader del mondo e dei popoli che essi servono”, ha scandito Obama. “In queste elezioni – ha continuato – non dovete soltanto votare contro qualcuno. Dovete votare per qualcuno di straordinariamente qualificato… Sono sicuro che tra qualche ora rigetterete la paura e sceglierete la speranza”.

E’ stato, quello di Obama, un discorso appassionato, tinto di nostalgia e dell’emozione di chi tra qualche ora non sarà più presidente. “Ma lascio con una consapevolezza – ha raccontato Obama -. Che quello che dissi nel 2004, alla Convention democratica di Boston, è ancora vero. Non esiste l’America rossa e l’America blu. Non esiste l’America democratica e quella repubblicana. Esiste una nazione che cresce soltanto insieme”. Il tema dell’unità è stato ripetuto con forza anche nell’intervento finale di Hillary Clinton: “C’è una scelta chiara in queste elezioni – ha spiegato -. Una scelta tra divisione e unità. Tra un’economia che funziona per tutti o che funziona solo per quelli in cima alla scala sociale. Tra una leadership forte e stabile o un cannone allo sbaraglio che potrebbe mettere tutto a rischio”. Per illustrare questo messaggio di unità, oltre le differenze di etnia, religione, appartenenza politica, Clinton ha ancora una volta ricordato la storia di Khizr Khan, il padre del soldato musulmano morto in Iraq che è spesso intervenuto in questa campagna in suo favore: “Il sacrificio di questo padre ci parla dell’America migliore, che supera le divisioni e i conflitti”, ha scandito Clinton, ammettendo subito: “E i conflitti sono stati troppi in questa campagna”. Al che una voce femminile dalla folla le ha urlato: “Non per tua colpa”.

Mentre i democratici sceglievano un messaggio positivo, per le ultime ore di campagna, Donald Trump continuava a girare l’America – con comizi dalla Florida al North Carolina, dalla Pennsylvania al Michigan -, rilanciando un messaggio tutt’altro che consolatorio. “Tocca a voi emettere una sentenza alle urne – ha detto Trump a Saratosa, Florida – e mostrare che Clinton è colpevole”. Sempre sul tema delle email, di Clinton, Trump ha ripetuto che “nessuno può credere a quello che è successo all’FBI o al Dipartimento di Giustizia”. E rafforzando il concetto su cui ha basato l’intera campagna, il candidato dei repubblicani ha attaccato “il corrotto establishment politico” e ha smentito quello che i democratici stanno dicendo da giorni: “Il Michigan è ormai dalla mia parte e non è vero che gli afro-americani stanno votando in così largo numero. Se vanno a votare, voteranno per me”.

“Le elezioni saranno una Brexit all’ennesima potenza”, aveva affermato qualche ora prima Trump in North Carolina, uno degli ultimi appuntamenti della sua campagna elettorale. “Stiamo finalmente andando a chiudere i libri di storia sui Clinton, sulle loro vite, i loro schemi, le loro corruzioni“, è stato uno degli ultimi messaggi lanciati dal candidato repubblicano ai suoi sostenitori.

Aggiornato da redazioneweb