Un lavoro, con il mitico quanto agognato contratto a tempo indeterminato, ce l’aveva, e per di più in uno di quei posti dove molte persone farebbero carte false per poterci entrare: il Corriere della Sera. Ma Francesca Moroni, 27 anni e in tasca una laurea alla Bocconi in Economia per le arti, la cultura e la comunicazione, dopo quattro anni come product manager che si occupava di digital publishing, ha sentito il bisogno di nuovi stimoli e così ha deciso di mettersi alla prova in un paese in forte sviluppo economico e culturale. Una decisione presa con il suo compagno, con cui da novembre scorso si è trasferita a vivere a Santiago del Cile, dove ora cura le pubbliche relazioni dello studio d’architettura Elemental di Alejandro Aravena, vincitore del Pritzker price 2016, noto come il nobel dell’architettura.

“Anche se amiamo tanto l’Italia, io e il mio compagno (che lavora per una società di consulenza) avevamo iniziato a essere un po’ stanchi del clima che si respira, ci si sente parte di un sistema che arranca, e noi volevamo metterci alla prova in un paese dove tutto è possibile e in forte sviluppo. Ci siamo guardati intorno – prosegue – e lui ha chiesto alla sua azienda di essere trasferito o in Sudamerica o in Australia”. Il caso gli ha assegnato il Cile.

Francesca a Santiago cura le pubbliche relazioni dello studio di Alejandro Aravena, vincitore del Pritzker price 2016, noto come il nobel dell’architettura

Nata a Gravellona Toce, in provincia di Verbania, ma milanese d’adozione, Francesca Moroni ha sempre avuto una passione per le esperienze all’estero: ha iniziato al liceo con un anno negli Stati Uniti, e poi con periodi di scambio durante l’università, prima a Lisbona e poi a Rio de Janeiro. A pochi mesi dalla laurea ha iniziato subito a lavorare superando una lunga selezione con Rcs, che aveva lanciato un graduate program per promuovere lo sviluppo digitale dentro l’azienda. Da 7000 partecipanti ne sono stati scelti 15. Tra cui Francesca, che laureatasi a ottobre, ha iniziato a lavorare da gennaio al Corriere. Ma dopo 4 anni è sopraggiunta la voglia di cambiare.

E’ arrivata a Santiago senza lavoro, senza conoscere lo spagnolo, alcun tipo di contatto e senza avere un permesso di soggiorno per motivi lavorativi e il Rut, che è l’equivalente del codice fiscale, ma senza il quale in Cile praticamente non esisti e non puoi fare nulla. Non si è però persa d’animo. “All’inizio mi è preso un po’ il panico – ricorda – perché quando hai la possibilità di fare tutto da zero, devi capire prima cosa voler fare. Ho mandato tantissimi curriculum, ma non mi ha mai risposto nessuno”. Così ha iniziato un vero porta a porta, girando tutti i musei, presentandosi ai direttori e lasciando di persona il suo cv agli uffici del personale.

“In Cile ho ricevuto tante porte in faccia, più di quante mi aspettassi, ma ero determinata”

“Ho ricevuto tante porte in faccia, più di quante mi aspettassi, ma ero determinata”, e alla fine ce l’ha fatta. Da gennaio ha iniziato a lavorare curando la comunicazione per Aravena, noto per il suo impegno nell’edilizia sociale, che quest’anno sarà anche il direttore del settore architettura della Biennale di Venezia. “Lavoro tanto in inglese, ma anche in italiano con la Biennale, spagnolo e portoghese – riferisce la giovane – Conoscevo Aravena di nome, ma ciò che immaginavo sulle archistar è tutt’altra cosa rispetto a quello che vivo qui. Lo studio è piccolo, 20 persone, un gruppo di lavoro giovane, con 5 architetti soci. C’è una struttura paritaria, la mia opinione vale come quella degli altri. Aravena, nonostante i riconoscimenti, continua a lavorare sui suoi progetti ed è una persona alla mano”.

La cosa bella di Santiago e del Cile, nota Moroni, è che “ci sono tanti giovani con incarichi di responsabilità, cosa che in Italia non avviene. Qui fin dal primo giorno mi sono trovata catapultata nella mischia, dovendo gestire la comunicazione proprio nel momento in cui è stato assegnato il premio”.

“La nostra paura è tornare e ritrovare lo stesso clima da cui ci siamo allontanati”

Progetti per il futuro? “Io e il mio compagno ci stiamo trovando bene qui, abbiamo anche fatto delle belle amicizie e abbiamo una qualità di vita migliore di quella che avevamo in Italia – riflette – Ma io sono in aspettativa per un anno e lui dopo aver finito il suo programma può ritornare. Dobbiamo ancora decidere che fare. La nostra paura è tornare e ritrovare lo stesso clima da cui ci siamo allontanati”. Certo, Santiago è molto lontana da casa, e per quanto offra opportunità culturali, sembra una città americana, ha forte segregazione tra le classi sociali e pochi posti che facilitino lo scambio tra realtà diverse. “Può essere molto cara come Milano ma anche molto più economica – conclude – e in Italia questa flessibilità non c’è”.