“L’importante è che, fino a che l’accordo di uscita non viene definito, la Gran Bretagna resta membro a pieno titolo dell’Ue con tutti i diritti e i doveri”. Due giorni dopo lo shock della vittoria del Leave al referendum di giovedì, è Angela Merkel a mettere in chiaro quale sia davvero l’effetto del voto dei britannici: solo un’indicazione al loro governo. Che, ha continuato la Cancelliera, “immagino voglia mettere in pratica le decisioni del referendum”. Infatti a oggi il Regno Unito fa ancora parte, a tutti gli effetti, dei 28 Stati membri. E non sarà fuori fino a quando il primo ministro inglese non attiverà il detonatore chiamato articolo 50. Cioè quel paragrafo del trattato di Lisbona sul funzionamento dell’Unione europea che disciplina la possibilità di recesso da parte di un Paese membro. La procedura è lunga, complicata e senza precedenti. Così, mentre mercati, cancellerie e cittadini smaltiscono lo shock post voto, è proprio questo l’oggetto del braccio di ferro tra i leader europei e il premier dimissionario David Cameron.

L’esito è difficile da prevedere: secondo la stampa inglese, più l’attivazione dell’articolo 50 viene rimandata meno si può escludere che in autunno gli inglesi tornino alle urne per eleggere un nuovo governo che potrebbe addirittura tentare di ribaltare l’esito della consultazione del 23 giugno. “Possibile, visto che si è trattato di un referendum solo consultivo, ma altamente improbabile“, dice a ilfattoquotidiano.it Justin Frosini, docente del dipartimento Studi giuridici dell’università Bocconi e direttore del Center for constitutional studies and democratic development fondato da università di Bologna e Johns Hopkins University. “Potrebbe invece succedere che ad essere sottoposto agli elettori sia l’accordo di uscita che verrà raggiunto con la Ue. E a quel punto, in caso di vittoria dei contrari, il processo di exit potrebbe davvero bloccarsi”.

Il “divorzio” inizia con la notifica dell’articolo 50 – “Ogni Stato membro può decidere di recedere dall’Unione conformemente alle proprie norme costituzionali”, recita l’articolo 50. Per farlo deve notificare al Consiglio europeo l’intenzione di separarsi e negoziare un accordo di ritiro. Solo in quel momento partirà il conto alla rovescia al termine del quale i trattati europei cesseranno di essere applicati nei confini del Paese. Il Regno Unito smetterà di partecipare alle decisioni del Consiglio e dovrà rinegoziare 80mila pagine di accordi europei, stabilendo quali mantenere nell’ordinamento inglese. L’accordo dovrà poi essere approvato dal Consiglio stesso a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento. In mancanza di intesa, l’uscita diventerà comunque effettiva a due anni dalla notifica. A meno che lo Stato e il Consiglio europeo non concordino nel prorogare quel termine. In assenza sia di nuovi accordi commerciali sia di una proroga, per la Gran Bretagna torneranno in vigore le regole del World Trade Organisation: vale a dire che, per esempio, le merci esportate nella Ue saranno soggette a dazi.

Juncker incalza, i Tories prendono tempo – In questa cornice, venerdì il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ha incalzato: “Ci aspettiamo che il governo inglese dia effetto alla decisione il più velocemente possibile”. Ma Cameron, dopo aver perso la scommessa più rischiosa della sua carriera politica, ha preso tempo annunciando che a tirare il grilletto facendo partire il processo formale e legale che porterà alla “exit” vera e propria sarà il prossimo premier. La cui scelta, in base al sistema costituzionale inglese, spetta al partito conservatore uscito vincitore dalle elezioni del 2015: a guidare il governo sarà il leader che uscirà dal congresso dei Tories in calendario la prima settimana di ottobre. “Ma il partito è spaccato”, fa notare Frosini. “Una parte si oppone a quello che sembrava il successore designato di Cameron, Boris Johnson, che ha cavalcato il Leave per motivi meramente politici ma secondo me è rimasto spiazzato dalla vittoria”. Intanto lo stesso direttore della campagna “Vote Leave”, Matthew Elliott, sembra tutt’altro che desideroso di accelerare i tempi: “Non riteniamo ci sia bisogno di invocare subito l’articolo 50, è meglio che le acque si calmino durante l’estate e in quel periodo ci siano negoziati informali con gli altri Stati”, ha detto in un’intervista a Reuters.

L’ipotesi di uno stop prima ancora di far partire la trattativa… – Secondo il Guardian, più i “Brexiter” se la prendono comoda più l’elettorato (alle prese con l’inevitabile indebolimento della sterlina) diventerà impaziente, i parlamentari pro Ue – che sono la maggioranza – si mobiliteranno contro l’uscita e si concretizzerà l’ipotesi di nuove elezioni generali, con nuovi leader sulla scena. A quel punto la richiesta di rivedere la decisione del referendum “non sarebbe inconcepibile“, scrive il quotidiano liberal. E torna in mente la frase della Merkel, quell'”immagino che anche la Gran Bretagna voglia mettere in pratica le decisioni del referendum” che sembra lasciare aperto uno spiraglio alla possibilità del ripensamento. Questo proprio mentre la petizione al Parlamento europeo per ripetere la consultazione vola verso i 2 milioni di firme. Tanto più che la Cancelliera tedesca ha aggiunto: “Non mi bloccherei sulla questione dei tempi brevi” per l’attivazione dell’articolo 50. Il contrario di quanto aveva affermato poche ore prima Juncker. Sul tema, sempre invocando la calma, è intervenuto anche il ministro britannico alle Attività produttive Sajid Javid: “Non è necessario decidere subito quando invocare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che contiene la clausola di recesso dall’Unione europea”.

…e quella del ripensamento ex post – “La petizione per un nuovo referendum dovrà essere discussa dal Parlamento di Westminster ma difficilmente avrà successo, perché modifica ex post il quorum funzionale e quello relativo all’affluenza”, spiega Frosini. “E’ più che altro il segnale politico che arriva da un Paese spaccato tra giovani e vecchi e da quei 2 milioni di elettori (più dello scarto tra Leave e Remain, ndr) a cui non è stato consentito di votare perché residenti all’estero da oltre 15 anni“. Poco probabile anche, secondo il docente, che il governo non attivi la procedura per l’uscita. “Potrebbe invece accadere che una volta inviato l’atto di notifica dell’articolo 50 e rinegoziati tutti i rapporti con la Ue, l’accordo finale sia sottoposto a un nuovo referendum. Dando la possibilità di un ripensamento ex post sul Brexit”. E a quel punto, inevitabilmente, per il Regno Unito o quel che ne resterà sarebbe necessario ripercorrere tutta la procedura di adesione all’Unione.