Finalmente la ministra Maria Elena Boschi, con la delega per le Pari Opportunità, ha rotto il silenzio con un post sulla sua pagina Facebook per esprimere cordoglio per le donne uccise negli ultimi dieci giorni e preannunciare l’istituzione, da parte del governo, di una  “commissione che dovrà valutare i progetti di attuazione del piano anti-violenza che mette a disposizione 12 milioni di euro per il contrasto alla violenza sulle donne” e ieri, nel giorno dei funerali di Sara Di Pietrantonio, ha rilasciato un’intervista nella quale parla di istituire una task force per lavorare sulla prevenzione della violenza e il cambiamento culturale.

I 12 milioni, a cui fa riferimento nell’intervista e nel messaggio, non sono quindi finanziamenti aggiuntivi rispetto a quelli già previsti, dal governo Letta, con la cosiddetta legge sul femminicidio (la 119), approvata nell’ottobre 2013. Si tratta di quelli stanziati per finanziare il bando del Dpo “per il potenziamento dei centri antiviolenza e dei servizi di assistenza alle donne vittime di violenza e ai loro figli e per il rafforzamento della rete dei servizi territoriali”, pubblicato l’8 marzo scorso (scaduto il 22 aprile). La legge 119 ha finanziato, con 39 milioni di euro complessivi, la formazione di operatori e operatrici che intervengono in casi di violenza, la prevenzione e la sensibilizzazione sulla violenza contro le donne, la promozione dell’uguaglianza tra i generi nelle scuole, e il sostegno e il potenziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio.

Il finanziamento è stato ripartito fra il 2013 e il 2016, ma può essere speso fino al 2018. Una parte di quei fondi, 16 milioni, per il biennio 2013/2014, sono stati già versati alle Regioni con criteri poco trasparenti, sollevando, lo scorso anno, le proteste di D.i.Re perché non era stata fatta una mappatura dei Centri anti-violenza, né erano stati individuati criteri qualitativi per assegnarli. C’è anche un altro problema: i fondi per il biennio 2015/2016 sono ancora bloccati e si dovranno comprendere le ragioni. Si tratta complessivamente di una cifra esigua e inadeguata se si pensa a tutti gli interventi che, a vario livello, si dovrebbero realizzare sulla base del Piano Nazionale anti-violenza, previsto dalla legge 119 e adottato nel luglio 2015, anch’esso fortemente criticato da D.i.Re, da Udi, Pangea e da Maschile Plurale.

Un anno fa, su questo blog, commentavo che il Piano “fra la premessa e gli obiettivi condivisibili e la descrizione delle azioni da intraprendere” prevede “percorsi delle donne fortemente istituzionalizzati, accentramento nelle mani del governo delle azioni politiche da svolgere per contrastare la violenza contro le donne e neutralizzazione delle specificità dei centri antiviolenza omologati a qualunque altro servizio e ridotti al ruolo tecnico”. Lea Melandri, femminista e scrittrice, in un interessante analisi, pubblicata sul sito D.i.Re, aveva descritto il documento come un contenitore dove “è stato incluso tutto e il contrario di tutto”, ma la ministra Boschi sarà disponibile a rimettere in discussione il Piano Nazionale Antiviolenza? Resta fuori dalle sue parole un’altra questione che è di attualità e riguarda la salute delle donne: la 194 e l’obiezione di coscienza che richiede la fissazione di un tetto, altrimenti, da qui a qualche anno, l’interruzione volontaria di gravidanza resterà un diritto sulla carta.

L’Italia è stata recentemente condannata per la seconda volta dal Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa, in seguito al reclamo della Cgil (la prima condanna è del marzo del 2014, in seguito al ricorso della Laiga), anche per la condizione lavorativa dei ginecologi e delle ginecologhe che non obiettano. L’aborto clandestino torna ed è un problema che continua ad essere ignorato da questo governo e dalla maggioranza delle donne che siedono in Parlamento, con silenzi che pensano sulla salute delle donne, quelle che stanno fuori dai palazzi. E, al momento, è ignorato anche dalla ministra Boschi.

@nadiesdaa