Se fossimo a scuola le elezioni amministrative per il Movimento 5 stelle sarebbero come l’esame di fisica o di greco, come quella materia che a due settimane dalla fine rischia di farti giocare tutta la pagella. A livello locale erano spesso state più botte che successi e per questo, oggi, i grillini tirano un sospiro di sollievo. Primo partito a Torino (anche se di poco), voti triplicati rispetto al 2013 a Roma come sognava Gianroberto Casaleggio, al ballottaggio in venti Comuni e la tenuta a Bologna dove tra espulsioni e liti a malapena sono rimasti in piedi i Meetup. La pastiglia di maalox però, quella che simbolicamente Beppe Grillo prese dopo il brutto risultato delle Europee, resta per ora sul tavolo perché la sfida vera inizia adesso. La lista dei problemi è lunga: quasi inesistenti in due città chiave come Napoli e Milano, il rigore a porta quasi vuota nel ballottaggio per il Campidoglio con l’eventuale difficilissima sfida di governo e il fatto, da non dimenticare, che i Cinquestelle sono riusciti a presentarsi solo in 251 comuni su oltre 1300 che sono andati al voto (si tratta del 18 per cento).

La morale è che il M5s vince là dove la politica presenta un’offerta insoddisfacente e si disperde quando ci sono avversari forti e strutturati. Di fatto chi pensava che sarebbero durati il tempo di una protesta deve ricredersi. Grillo il passo indietro l’ha fatto davvero e la sua lontananza dai palchi dei comizi si è rivelato un elemento di forza: spaventa meno l’elettorato moderato e fa credere che sia un partito normale. I 5 stelle a 3 anni dallo Tsunami che li ha portati in Parlamento esistono e per chi va al voto hanno ancora qualcosa da dire. Ad esempio si sono radicati. La periferia al tempo della crisi economica ne è ancora il dato più indicativo: a Roma, ma anche a Torino e Milano, il M5s prende più voti nei quartieri lontani dal centro, tra gli operai e i disoccupati e soprattutto lo fa apparentemente senza sforzo. A volte basta aver messo il reddito di cittadinanza nel programma e avere volti che sulle poltrone del potere non sono mai stati, perché agli elettori venga voglia di dargli una chance.

Ci sono tre risultati che sorprendono. Il primo è Roma: Virginia Raggi che fa triplicare i voti M5s è per loro una buona notizia, anche se annunciata. Dopo le prime perplessità lo stesso Casaleggio aveva chiesto che i 5 stelle concentrassero tutto le energie su quella campagna elettorale: il Campidoglio può essere un trampolino solo per il fatto di aver vinto il pregiudizio secondo il quale al momento delle grandi prove il M5s non regge (il motto è “non succede ma se succede”), ma anche una trappola. Governare Roma, dopo Mafia capitale e contro tutti, non sarà una passeggiata e i problemi di Livorno e Parma sono già campanelli d’allarme. Il secondo risultato da segnalare, e forse la vera sorpresa, è quello di Chiara Appendino a Torino: consigliera comunale, bocconiana che va a parlare con Confindustria e che abbassa i toni quando è il momento, si è presentata come un’alternativa autorevole e ha fatto segnare un successo storico nel Nord dove i grillini arrancano da sempre. Infine Bologna. I voti sono quelli che sono (16 per cento), il ballottaggio è sfumato, ma il candidato Massimo Bugani era dato da molti per spacciato. Dalla sua elezione in consiglio comunale è stato il protagonista di numerosi psicodrammi che hanno portato alle espulsioni di nomi eccellenti del Movimento e, non ultimo, ha avuto la cattiva influenza del caso Pizzarotti. Nonostante ciò il voto ai 5 stelle è arrivato, anche in una città dominio di renziani e Pd.

Quindi una festa? La risposta è nì. Il Movimento ha un problema sul territorio se vuole ambire a diventare davvero forza di governo e non solo di opposizione. Intanto si è presentato in un numero molto basso di comuni: dicono che hanno voluto prediligere la qualità e il controllo delle liste, evitare le figuracce e le spaccature post voto. Tutti buoni propositi, ma il primo partito d’Italia che sogna in grande alle prossime elezioni nazionali ancora non ha una struttura periferica.

Qui si inseriscono i casi di Napoli e Milano. Il primo è emblematico: tanti dei rappresentanti di punta del Movimento sono campani, nel direttorio ce ne sono 4 su 5 (Luigi Di Maio, Roberto Fico, Carla Ruocco, Carlo Sibilia), ma le percentuali restano basse in quelle zone. Nel capoluogo il nemico si chiama Luigi De Magistris: per l’elettore M5s è l’incarnazione del grillissimo delle origini, quindi praticamente imbattibile. Ma questo non toglie che a Napoli il Movimento ha candidato un milanese trapiantato che di cognome fa Brambilla, e questo – a prescindere dalla qualità del candidato – segnala una strategia che non ha funzionato.

Infine Milano: qui i passi falsi sono stati quasi in serie, mese dopo mese. Prima il candidato forte Mattia Calise che si sfila, poi il nome scelto dagli attivisti Patrizia Bedori che fa un passo indietro tra le critiche (anche incredibilmente sul suo aspetto fisico) e infine la scelta di far correre Gianluca Corrado, questa volta un siciliano: avvocato più abile a livello comunicativo, ha iniziato tardi e a fatica si è fatto conoscere in città. Fa molto riflettere la Lombardia: il Movimento è nato qui, la scelta della candidata Bedori è stato un esempio di democrazia diretta che ha fatto scuola tra i grillini della prima ora, ma tutto questo ancora non basta.

Il punto alla fine è questo: il M5s ha retto il colpo delle amministrative, ma guardando oltre potrebbe non bastare. Se il M5s punta davvero al governo ha ancora molta strada da fare. Anche perché c’è un dato nuovo: i Cinquestelle non attirano più gli astenuti. L’affluenza cala ancora, anche in elezioni in cui i cittadini di solito guardano con più attenzione come quelle per scegliere il proprio sindaco. Il fenomeno non è estemporaneo e neanche votare 5 stelle è più un argine per chi è stanco di tutti. Più conquistano posti di governo, più anche i grillini dovranno convincere gli elettori di essere diversi.