MODENA – Il teatro contemporaneo è lì, sta, si lascia vedere, scoprire, annusare. Non che sia semplice o semplicistico, riflette questi tempi stratificati e complessi, pieni di rimandi e avalli, di reazioni e passaggi di pensiero, ma è chiaro, pulito nelle sue scelte e dinamiche di fondo. Diciamo poco, o meno, politicizzato e “corrotto” di quello da grandi palcoscenici istituzionali. Pochi mezzi, tante intuizioni, budget limitati, tante illuminazioni. Poca opacità (anche perché non potrebbe permettersela), visioni dirette in un occhi negli occhi con il pubblico, in un corpo a corpo che struttura e concede, concima e abbraccia una comunità in crescita che ha fame di esperienze, di percezioni, di idee, di interpretazioni, opinioni e osservazioni.

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E’ una tribù che balla quella raccolta attorno al festival “Trasparenze” di Modena messo in piedi per il quarto anno dal Teatro dei Venti (questa estate saranno in una lunga tournée internazionale che toccherà Spagna, Olanda, Croazia e Serbia) diretto da Stefano Tè con la sua ciurma partenopea. Ciurma perché si tratta di navi e babordo, di randa e vele, di corde e alberi fin dalla cover, dalla locandina dove due balene a confronto si danno il dorso mentre una di queste contiene un uomo tra rimandi pinocchieschi e di Moby Dick. Proprio il Capitano Achab e il bianco cetaceo saranno protagonisti di un mastodontico evento nel 2018, un working progress, una costruzione in stile Arca di Noè che da natante si trasforma in fanoni e pinne. Dopo tutto proveniamo dall’acqua e nonostante tutto le stiamo sterminando. Sono, siamo in via d’estinzione anche se, o proprio perché, ci stiamo moltiplicando a dismisura. Achab siamo noi che stiamo cercando d’inseguirci per arpionarci. Finirà male.

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Quattro gli spazi intorno alla città della Ferrari e delle Figurine Panini: il Teatro dei Segni, il Cajka, il Drama e l’Arena. Due interessanti performance hanno occupato il giardino dove pioveva polline e lanugine di tiglio a creare un’atmosfera natalizia fuori stagione: Il Nuovo Cinema 500 e La Barberia. Uno a fianco all’altro erano portatori sani di un’Italia in bianco e nero che non c’è più, un’Italia ingenua e da recuperare, un’Italia sorridente per le piccole cose, una gita in famiglia tutti stretti stipati dentro la scatoletta di sardine o un taglio di barba con il rasoio scintillante che luccica e brilla e l’odore, il profumo, l’aroma si spande sulla pelle, di fresco, di pelo e contropelo sulla sedia reclinabile come dal dentista, sotto un vecchio albero dal fusto imponente a ripararci.

H+G

Nella 500, rigorosamente gialla, le tendine rosse coprono la luce esterna, la moquette è un finto prato verde (“dove nascono speranze”…) vengono proiettati, per un massimo di due spettatori, alcuni corti (si può scegliere tra i dieci in catalogo) di produzione autonoma del Collettivo, piccoli film trasognanti e profondi, dove il sarcasmo si sposa con la poesia e una certa malinconia di fondo è supportata da inquadrature e segni di cristallina capacità e abilità di montaggio, luci, dialoghi. Alla “Barberia Korner” l’arte, dell’ovviamente barbuto Corrado Bertarini, racconta di mani precise e linee da seguire, di una cultura del tatto e del massaggio facciale, di una psicologia che lega e collega il volto alla personale percezione del sé in uno scambio che, proprio sulla comoda poltrona reclinata, ricorda molto da vicino l’ovattatura e lo scandaglio dello psicoterapeuta.

E mentre armeggia con lame a raschiare e ritoccare, a togliere e delineare delicato e deciso, c’è un passaggio di consegne dove il cliente si affida morbido perché sente che dall’altra parte il rasoio accarezzerà la sua pelle mentre in profondità arriveranno soltanto le parole non di maniera ma vicine e sentite. Ci vuole sensibilità e intuito per maneggiare barbe ispide d’omaccioni, per capire il perché di quella particolare peluria: se è per coprire, per nascondere, oppure per incorniciare, esaltare. Ricercatezze, tatuaggi, hipster, vintage, passione per moto e auto d’epoca: un mondo antico affascinante.

A livello “spettacolare” ha colpito l’“H + G” diretto da Alessandro Serra che, lavorando sulle corde a lui congeniali, atmosfere cupe e ombre inquietanti, ha creato un impianto tanto semplice quanto efficace, di segni e di piccoli gesti reiterati. Qui i fratellini Hansel e Gretel, abbandonati nel bosco dai genitori (proprio nei giorni della Festa della Mamma), somigliano a quelli di Agota Kristof all’interno della Città di K. Un mondo di presenze dove i sassolini candidi come il forcone che stride sulla lastra o le fascine di legnetti a ricreare il bosco lasciano per strada e nell’aria l’essenza del teatro, la simbologia, la metafora di mondi eterei, rarefatti, impossibili da mettere nero su bianco ma creabili in quel patto tra immaginazione/sogno/trauma. Che “traum” in tedesco vuol dire sogno, appunto. Con pochi gesti questi tre attori (appartenenti alla Compagnia Teatro La Ribalta di Bolzano che lavora sull’handicap e sull’“arte della diversità”) ci portano in un congegno di penombre, nel cuore nero dell’animo, nel buco anaffettivo di un limbo orribile e spaventoso dove ad ogni passo intraprendere un cammino dentro i mali dell’uomo, dove avventurarsi dentro le sabbie mobili di ciò che è capace di fare “l’essere vivente più intelligente del globo”. E’ per questo, forse, che distruggiamo le balene.