Ogni mese, da ormai diversi anni, vedo radunarsi nel mio spazio di lavoro i membri del Circolo Letterario. Questo gruppo è nato per far incontrare veri amanti della lettura, persone molto diverse tra loro ma che, per passione, curiosità o amicizia, si sentono attratte dalla possibilità di confrontarsi con uomini e donne dai medesimi interessi. Il Circolo è nato quasi spontaneamente, ha avuto una iniziale spinta propulsiva da parte dello staff, e poi si è autoalimentato, sopravvivendo a ogni forma di pigrizia, allo scopo di leggere ogni mese un libro scelto attraverso una votazione. I casi della vita hanno portato a un continuo rinnovamento dei suoi membri, fatta eccezione per alcuni veterani, ma il numero di partecipanti è sempre stato piuttosto alto.

Di solito la cosa funziona così: i componenti arrivano alla spicciolata, si raccolgono cordialmente ai loro posti nel tavolone sul quale sono state già predisposte le vivande necessarie ad allietare l’incontro e poi, una volta aperte le danze, ognuno espone il suo pensiero in merito al libro selezionato. A volte tutto fila liscio come l’olio, altre volte il dibattito assume un po’ la dimensione di una riunione di condominio. In casi più rari sfocia nello scontro frontale. Tutto però in un’ottica di amore e partecipazione per il libro, perché il bello della lettura di gruppo è che è democratica, e ognuno può trovare quello che vuole in quello che legge. Ed è soprattutto dallo scontro che si possono arrivare a scoprire significati più reconditi all’interno dell’opera analizzata. Il vantaggio sta soprattutto nell’avere, da parte degli aderenti, un livello di interesse molto alto, che permette spesso di approfondire il contesto specifico andando a confrontare quel libro con gli altri dello stesso autore, o dello stesso periodo storico. Oltre ad essere divertente, è molto bello assistere a questi incontri. Ci si arricchisce, è istruttivo, e aiuta a dare un senso all’esistenza di una libreria indipendente.

C’è però una questione che negli anni si è incarnita, e che ha coinvolto tutti i partecipanti del Circolo, fino a formare una specie di rivalità tra fazioni in stile Guelfi e Ghibellini. Una questione che solo recentemente, a prezzo di migliaia di pagine consumate e decine di ore di dibattito, è forse giunta a un epocale punto di svolta. I “classici” appartengono solo al passato, o possiamo dire che ogni epoca avrà effettivamente i suoi? Io non ho mai avuto alcun dubbio, ed ho sempre creduto nella seconda ipotesi. Per me Il Signore degli Anelli, Fahrenheit 451 o Uomini e topi non possono non essere considerati “classici”, perché hanno saputo ritagliarsi il loro spazio nell’immaginario collettivo, resistendo al processo di dimenticanza che colpisce tutti quei libri o quegli autori che, dopo un periodo magari anche lungo di successo, finiscono poi per essere se non obliati, rimpiazzati da qualcosa di analogo.

Ho visto amabili vecchietti irrigidirsi sullo stile di Harry Potter, distinte professoresse sbranare innocenti bocconcini di formaggio mentre si equiparava Jane Austen alla Nemirovsky, storiche amicizie messe in crisi dal dubbio che La Strada di McCarthy fosse un libro di fantascienza. Quando ormai la cosa aveva assunto una dimensione modello “apocalittici e integrati”, finalmente si è arrivato a un punto di incontro, non senza un pizzico di rammarico da parte della falange di Cime Tempestose. Il Circolo Letterario ha quindi stabilito che può definirsi “classico” un libro che:
1: esprima la mentalità del suo tempo, o del suo secolo,
2: abbia valori culturali etici intramontabili che vadano oltre il suo tempo,
3: crei stupore su argomenti noti ma in modi diversi,
4: descriva situazioni e ambienti con capacità d’espressione  tipica del suo tempo.

Io non so se questo basta, ma volevo provare ad esportare la questione qui, dove vive il resto del mondo, per approfondirla. Mentre il Circolo emanava questo responso finale, a un tavolo limitrofo dei ragazzi provenienti dalla scuola per librai, che fino a quel momento erano rimasti in incognito per non far saltare la loro copertura, ascoltavano rapiti il tono vivo di quella conversazione, scoprendo che esiste ancora gente per la quale valga la pena di fare questo lavoro, e si preparavano a rimbalzare il dibattito nella loro aula, e più in generale nella loro ambizione lavorativa futura. Chissà quali risposte germoglieranno da questo incontro. L’importante è che sboccino sempre più Circoli Letterari.