Palermo, 5 gen. (Adnkronos) - Quarantasei anni di misteri, 46 anni di silenzi e di depistaggi. E’ trascorso quasi mezzo secolo dall’omicidio del Presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella, fratello maggiore del Capo dello Stato Sergio Mattarella, ma resta ancora il giallo attorno al nome del killer che gli sparò a distanza ravvicinata, uccidendolo sul colpo e ferendo la moglie, Irma Chiazzese, che tentò di salvare il marito. Piersanti Mattarella era il Presidente che, con il suo costante richiamo, aveva cambiato in profondità la considerazione della Sicilia nel contesto nazionale e internazionale. E che aveva una visione del futuro della Sicilia fondata su una moderna strategia di sviluppo economico, sociale e civile, alimentata da riforme, ma anche da una politica ricca di idee e di cultura e dalla massima trasparenza. Mattarella aveva avviato in Sicilia un'azione di rinnovamento, che aveva suscitato un sentimento di speranza in tutti i siciliani onesti e stava, anche, conquistando crescenti consensi nell'intero sistema politico nazionale. Ma quest'azione di rinnovamento venne brutalmente interrotta, poco prima delle 13 del 6 gennaio del 1980, quando, mentre si trovava con la sua famiglia, con la moglie Irma, i figli Bernardo e Maria e la suocera, venne ucciso davanti alla sua abitazione in via Libertà, di ritorno dalla messa per l'Epifania. Assassinato a sangue freddo. Il nome del killer non si è mai conosciuto.
Da un anno risultano indagati, nell'ambito delle nuove indagini sull'omicidio del presidente della Regione siciliana, Piersanti Mattarella, due boss mafiosi, Antonino Madonia, e Giuseppe Lucchese. Sono entrambi già detenuti all'ergastolo. Secondo l'inchiesta della procura palermitana, a sparare quel giorno sarebbe stato materialmente Nino Madonia, figlio del potentissimo boss mafioso Ciccio che controllava mezza città. Lucchese, detto Lucchiseddu, guidava invece l'auto. Nino Madonia fa parte di una famiglia storica della mafia palermitana capitanata dal patriarca Ciccio - morto e già condannato quale mandante dell'omicidio di Mattarella - e di cui fanno parte i fratelli dell'indagato: Giuseppe, Salvo, l'assassino di Libero Grassi, e Aldo, quest'ultimo l'unico a non essere all'ergastolo. Giuseppe Lucchese venne arrestato nell'aprile 1990 dopo 9 anni di latitanza. Era considerato un superkiller che aveva ucciso decine di persone durante la seconda guerra di mafia tra cui la sorella, la madre e la zia di Francesco Marino Mannoia.
La Procura sta lavorando si una minuscola impronta digitale. Le operazioni si svolgono presso i laboratori del Dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo, dove i periti stanno maneggiando il reperto con estrema cautela. I periti hanno avvertito che la “natura estremamente fragile dei reperti impone un approccio metodologico di grande precisione” si legge nella comunicazione giunta all’autorità giudiziaria, nella quale viene sottolineata “la complessità analitica” e “la delicatezza del caso”. Non si tratta di un’impronta digitale nitida, ma di una strisciata di circa tre centimetri, un residuo difficile da interpretare e ancor più da trattare dopo oltre quattro decenni. Prima di prelevare qualsiasi frammento biologico, sarà necessario individuare la tecnica più adatta per non compromettere la minima traccia di Dna. La fase di campionamento dovrebbe essere terminata e adesso si attendono i risultati. Previsti per i prossimi giorni.
Pochi mesi fa l’inchiesta della Procura di Palermo si è arricchita di un nuovo, ulteriore, tassello. Lo scorso 24 ottobre è stato arrestato un prefetto in pensione, Filippo Piritore. Ex funzionario della Squadra mobile di Palermo. L'accusa è di avere depistato le indagini sull'omicidio Mattarella. Sentito dai pm di Palermo sul guanto trovato il giorno del delitto a bordo della Fiat 127 utilizzata dai killer, mai repertato né sequestrato, Piritore avrebbe reso dichiarazioni “rivelatesi del tutto prive di riscontro, con cui ha contribuito a sviare le indagini funzionali (anche) al rinvenimento del guanto (mai ritrovato)", come scrive la Procura diretta da Maurizio de Lucia.
Il funzionario, oggi in pensione, avrebbe detto di aver inizialmente affidato il guanto a un agente della Polizia scientifica, che avrebbe dovuto darlo a Pietro Grasso, allora un giovane sostituto procuratore, titolare delle indagini sul delitto. Grasso, sempre secondo il racconto di Piritore, avrebbe poi disposto di fare riavere il reperto al Gabinetto regionale di Polizia scientifica e a Piritore. E lo avrebbe poi consegnato a un altro componente della Polizia scientifica di Palermo, per lo svolgimento degli accertamenti tecnici.
Quarantasei anni fa, il guanto di pelle marrone fu abbandonato dal killer sotto il sedile della Fiat 127, usata per la fuga. Già allora era considerato un reperto fondamentale, tanto che l’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, ne parlò in Parlamento. Per la Procura, Piritore non ha fatto altro che "impedire, ostacolare e sviare", manifestando una "pervicacia nella volontà delittuosa" che si protrae dal 1980 fino a oggi. Un comportamento infedele da parte di un funzionario dello Stato che, come ha commentato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, "fa davvero male". Pochi giorni fa il tribunale del riesame ha rigettato la richiesta dei legali di Piritore di liberare Piritore. Ma per i giudici ci sono “gravi indizi di colpevolezza”, sostenuti dalle intercettazioni fatte dalla Dia su disposizione della procura diretta da Maurizio de Lucia. Il collegio del riesame presieduto da Antonella Pappalardo ha parlato di “speciale disinvoltura mostrata nel compimento della condotta delittuosa”. “L’indagato ha perseverato nell’indicare una falsa pista da seguire nello svolgimento delle rinnovate indagini relative ad una delle più drammatiche ed oscure pagine della storia della nazione”. I misteri continuano. (di Elvira Terranova)