Rewind. Fine della legislatura, la più breve della democrazia spagnola. Stamattina il re Felipe VI ha firmato, a cospetto del presidente del Camera Patxi López, il decreto per sciogliere le Camere e convocare nuove elezioni. Quelle già previste per il prossimo 26 giugno. I partiti torneranno a fare campagna elettorale con gli stessi cartelloni e gli stessi programmi. I quattro mesi a disposizione per trovare un qualsiasi accordo che tirasse fuori il Paese dall’impasse politico non sono bastati: i cittadini dovranno tornare alle urne.

“Siamo tutti disorientati”, confessa Iñigo Domínguez, giornalista de El País. “Nessuno vede possibile un accordo. Non c’è stata una vera negoziazione, ma solo molta coreografia in vista di nuove elezioni. Ma non credo nelle soluzioni sperimentali: salvo un miracolo, posponiamo il problema, con l’aggravante che un’altra campagna elettorale rischia di essere tremendamente noiosa”. E costosa: secondo i primi calcoli si parla di quasi 200 milioni di euro. L’inquietudine incombe: ogni partito si porta dietro il peso della sconfitta. E dai recenti sondaggi le preferenze potrebbero spostarsi di pochi punti: secondo quelli interni del PP più astensionismo potrebbe favorire il partito di Mariano Rajoy (nella foto a sinistra), fino a ottenere 7 seggi in più (130) cosa che, se i numeri di Ciudadanos restassero invariati (40 scranni), potrebbe permettere una coalizione di governo cercando appoggio tra i deputati di alcune forze di minoranza.

Ciudadanos d’altronde torna a fare la sua parte centrista. Chiuso l’accordo coi socialisti, tornato nemico del Psoe, punta tutto sul suo cavallo di battaglia, il giovane leader Albert Rivera. Secondo i sondaggi il partito potrebbe ottenere qualche voto in più, per aver mostrato di essere disposto a scendere a compromessi e aver cercato un cambio meno radicale. Per loro il pericolo potrebbe arrivare solo da una campagna elettorale polarizzata: sinistra vs destra.

A riguardo, Podemos è già a lavoro: Pablo Iglesias ha teso la mano ad Alberto Garzón, leader di Izquerda Unida, per creare una grande coalizione di sinistra. In questo momento i militanti di IU stanno votando se accettare la proposta di Iglesias, ma pare che le negoziazioni stiano andando più che bene. Secondo l’ultimo sondaggio di Metroscopia l’unione delle due forze (sotto il probabile nome di Unidad Popular) otterrebbe oggi il 22,3% delle preferenze, due punti in più rispetto al 20,3% ottenuto dai socialisti.

Podemos strapperebbe quindi la seconda posizione al Psoe, diventando la prima forza di sinistra. In questo caso qualsiasi patto di governo cambierebbe di certo il quadro generale. Per Podemos, in fondo, tornare alle elezioni è come andare al ballottaggio. Nonostante le crisi interne e qualche critica generale al protagonismo eccessivo di Iglesias, per la formazione la vera sfida è defenestrare Sánchez, per diventare la prima forza d’opposizione ai popolari di Rajoy. D’altronde il fallimento di Pedro Sánchez (nella foto a destra) segna un’altra sconfitta per i socialisti, dopo aver perso qualcosa come 20 seggi e segnato il record storico peggiore nella storia del partito.

“Quattro mesi da dimenticare” sono state le parole laconiche di Susana Díaz, la baronessa andalusa che, se le nuove elezioni andassero male, potrebbe prendere le redini del partito, scalzando l’attuale segretario. L’intento di un patto con Ciudadanos poi non è piaciuto a tutti, soprattutto a molti elettori. E il nervosismo aumenta nell’osservare da lontano la possibile alleanza tra Podemos e Izquierda Unida. Comunque vada, subito dopo i conteggi della notte del 26 giugno, i leader politici saranno costretti a fare quello che in questi quattro mesi non sono riusciti: formare un governo. Frattanto Madrid avrà già perso un anno di riforme e decreti per risolvere i problemi degli spagnoli.

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