Lo schiaffo ad Arturo Toscanini al teatro comunale di Bologna fu solo l’inizio. Su chi, il 14 maggio 1931, colpì il più grande dei direttori d’orchestra italiani è sempre rimasto il mistero: secondo Montanelli fu Leo Longanesi (che poi definì Toscanini “un uomo schifoso”), secondo altri fu Leandro Arpinati, secondo altri ancora lo squadrista Guglielmo Montani, fedele al Duce fino a Salò. Ma quell’aggressione causata dal rifiuto di Toscanini di eseguire Giovinezza e la Marcia Reale alla presenza del ministro Costanzo Ciano è la storia simbolica del rapporto tra i più geniali musicisti e compositori del primo Novecento e il totalitarismo dei regimi, fascista e nazista. Stravinsky, Schoenberg, Hindemith, Kurt Weill sono solo alcuni di quella lunghissima schiera di musicisti che trovarono riparo negli Stati Uniti. Chi perché ebreo, chi perché autore di musica considerata “degenerata”, chi perché rifiutò di sottostare al diktat fascista. In tanti, spinti o costretti, abbandonarono l’Europa. Qualcuno tornò, altri non la rividero più.

kurt weillFra i primissimi a lasciare la Germania, nel 1933, fu Kurt Weill, il compositore dell’Opera da tre soldi di Bertolt Brecht e autore della Morität von Mackie Messer, diventato un successo mondiale ed eterno – con le voci di Bobby Darin e Frank Sinatra – quando fu tradotto in inglese come Mack the knife. Figlio di un cantore di sinagoga e di convinzioni comuniste, Weill era infatti autore di musiche intrise di stilemi jazzistici, dunque considerate estranee alla “purezza” della cultura musicale tedesca. Così, dopo il divieto di esecuzione delle sue opere, dopo un breve passaggio a Parigi e Londra, troverà dimora negli Usa fino al 1955, anno nel quale, perseguitato dal maccartismo, per ironia della sorte cercherà e troverà rifugio nella Repubblica Democratica Tedesca.arnold schoenberg

Al massimo grado della “degenerazione musicale” – come la definiva il Terzo Reich – si collocava la dodecafonia di Arnold Schoenberg, compositore la cui musica era già stata oggetto di attacchi da parte del direttore della prestigiosa Nuova Rivista Musicale, Alfred Heuss, e a cui nel 1933 venne revocata la cattedra dell’Accademia Statale di Musica di Berlino. Schoenberg morirà nel 1951 negli Stati Uniti d’America dopo aver composto, qualche anno prima, Un sopravvissuto di Varsavia, opera considerata dai critici il più grande monumento che la musica abbia mai dedicato all’Olocausto.

“Degenerata”, nonostante le proteste del direttorissimo Wilhelm Furtwängler, venne considerata anche la musica di Paul Hindemith, costretto anche lui a riparare negli Usa nel 1940 dove insegnò musica alla Yale University e ad Harvard influenzando le generazioni più giovani di compositori americani. Analoga sorte a quelle di Hindemith, Schoenberg e Weill ebbero musicisti, tra i tanti altri, come Ernst Krenek, Hanns Eisler ed Erich Korngold, laddove a diversi altri toccò un destino ben più nero. Basti pensare a Viktor Ulmann, il compositore austriaco ebreo che, dopo aver tentato di ottenere, senza successo, un visto di espatrio per la famiglia e dopo aver mandato i due figli maggiori a Londra, venne prima trasferito a Theresienstadt, un lager di raccolta e transito, per finire poi ad Auschwitz, dove trovò la morte nell’ottobre del 1944. Come Ulmann anche Erwin Schuloff, compositore e pianista cecoslovacco di origine ebraica, dopo aver tentato invano di rifugiarsi in Unione Sovietica, trovò la morte per mano nazista.

stravinskyCervelli in fuga furono altri giganti della composizione come Igor Stravinsky, compositore che già era dovuto fuggire dopo la Rivoluzione russa ripiegando in Svizzera e che nel 1939 lascerà definitivamente l’Europa, anche lui con un biglietto di sola andata per gli Stati Uniti dove vivrà fino alla morte, nel 1971. Identica sorte di Stravinsky ebbe l’ungherese Bèla Bartòk, che dopo essersi fortemente opposto al regime nazista e dopo aver passato più di qualche guaio con la destra ungherese, si convinse anche lui ad andarsene negli Usa: qui la sua musica non riscosse un gran successo e Bartòk visse in condizioni alquanto precarie fino alla morte, sopraggiunta nel 1945.

Ma vi fu anche chi non ebbe modo di fuggire, ma la cui morte non fu indirettamente causata dai nazisti. Ci riferiamo ad uno degli allievi di Schoenberg, Alban Berg: fu vietata l’esecuzione delle sue musiche e questo lo portò pian piano a non avere più nulla con cui sostenersi e dunque a morire di stenti dopo un tracollo economico. Molti altri furono invece i musicisti, i compositori e gli intellettuali che si misero a disposizione del regime, come Richard Strauss o il musicologo Alfred Rosenberg, quest’ultimo autore del Dizionario degli ebrei in musica: comparire in questo volume significava molte cose, dall’interdizione dell’esecuzione delle proprie opere fino alla morte.

In Italia fu tragica la vicenda di Giuseppe Gallignani, il direttore del conservatorio di Milano che nel 1923, a causa del suo scarso entusiasmo nel regime, in seguito a una lunga scia di calunnie e diffamazioni, fu improvvisamente messo a riposo e quindi licenziato. Lui decise di togliersi la vita. Fu Arturo Toscanini, oppositore del fascismo, a difendere l’onore del musicista milanese suicida, abbattendo furiosamente una corona funebre inviata dall’allora ministro della pubblica istruzione, Giovanni Gentile, e impedendo l’ipocrita lettura di un’orazione funebre da parte di un docente responsabile delle calunnie.

Anche Toscanini, come tutti gli altri musicisti e compositori ricordati, trascorrerà tutto il periodo fascista in America, a New York, città dalla quale, con la sua famiglia, si impegnerà non poco a far ottenere i visti e i permessi di soggiorno per tanti altri colleghi in fuga dal massacro totalitarista. L’aggressione subita a Bologna lo aveva portato a rinunciare a dirigere orchestra fin quando il fascismo fosse rimasto al potere. Nel 1936 diresse gratis a Tel Aviv il concerto inaugurale della Palestine Symphony Orchestra (che ora si chiama Orchestra filarmonica d’Israele), destinata ad accogliere i musicisti ebrei in fuga. Albert Einstein ne rimase colpito e gli scrisse una lettera: “Il fatto che esista un simile uomo nel mio tempo compensa molte delle delusioni che si è continuamente costretti a subire”. Toscanini non si fermò, facendo imbestialire fino all’ultimo il Duce: quando anche l’Italia fascista promulgò le leggi razziali, nel 1938, la definì “roba da Medioevo“.