Abuso d’ufficio, truffa e falsità ideologica. Con queste accuse è stato rinviato a giudizio il deputato Pd Marco Di Stefano. Nel periodo in cui era assessore della Regione Lazio nella giunta Marrazzo, l’esponente democratico avrebbe commesso illeciti, legati alla compravendita di due immobili tra il 2008 ed il 2010. Alla sbarra il prossimo 13 ottobre, davanti ai giudici dell’ottava sezione del tribunale di Roma, dovranno presentarsi anche  i costruttori Antonio e Daniele Pulcini e altre cinque persone. La decisione è arrivata dal gup Maurizio Caivano.

I fatti contestati fanno riferimento ai due immobili acquistati tra il 2009 e il 2010 da società dei costruttori Pulcini. Entrambi furono affittati alla Lazio Service a canoni, secondo la Procura, molto elevati ed ampliamente fuori mercato. Gli stessi sono stati poi ceduti all’Enpam, Ente nazionale di previdenza ed assistenza medici, ed i costruttori Pulcini hanno ottenuto una plusvalenza di oltre 38 milioni di euro. Alla base di questi proventi ritenuti illeciti la compiacenza di amministratori e pubblici ufficiali.

I presunti illeciti, secondo la procura, sarebbero avvenuti, per quanto riguarda la locazione a Lazio Service, con la compiacenza di Di Stefano, all’epoca dei fatti assessore della Regione Lazio, e di Giuseppe Tota e Paolo Casini (imputati di truffa aggravata), rispettivamente presidente e commissario della commissione incaricata delle operazioni di gara per la ricerca di immobili da destinare a Lazio Service, e di Tonino D’Annibale e Claudia Ariano (anche loro imputati truffa), rispettivamente direttore responsabile e responsabile dei servizi generali e logistica di Lazio Service.

Quanto alla cessione dei due immobili ad Enpam, determinante, per l’accusa, fu il ruolo dell’ultimo imputato, Luigi Antonio Caccamo, nella sua veste di direttore del Dipartimento patrimonio immobiliare dell’Ente di previdenza e di assistenza dei medici. Per esprimere il proprio parere favorevole all’acquisto degli immobili, è l’accusa di piazzale Clodio, Caccamo avrebbe ottenuto dai costruttori Pulcini la vendita fortemente scontata di un prestigioso immobile a Trastevere. Per questo risponderà di corruzione.

“In merito alle notizie pubblicate su alcune di agenzie di stampa – si difende il deputato (che aveva annunciato la propria autosospensione il 7 novembre 2014) in una nota – voglio precisare che sono un deputato iscritto al gruppo parlamentare del Partito democratico e che tra i reati oggetto del rinvio a giudizio non figura quello della corruzione, come erroneamente riportato. Sottolineo, inoltre, che il rinvio a giudizio mi offrirà finalmente l’opportunità di avere una sede nella quale difendermi e dimostrare la mia estraneità ai fatti, confidando nel lavoro della magistratura”.

Il suo nome era spuntato fuori anche in un’altra vicenda che riguardava la misteriosa scomparsa del suo braccio destro Alfredo Guagnelli – sparizione per la quale i pm di Roma procedono per omicidio volontario –  e per questo, come testimone, Di Stefano era stato sentito dai pm il 2 dicembre 2014. Gli inquirenti ritengono Guagnelli una sorta di braccio destro di Di Stefano, ma in quell’occasione l’esponente del Pd ribadì di non aver avuto rapporti d’affari con lui. Già in occasione di una prima convocazione in procura, Di Stefano dichiarò che Guagnelli, ritenuto destinatario di una tangente da 300 mila euro sempre da parte dei costruttori Pulcini, “non è mai stato un mio assistente o collaboratore, ma un semplice amico con cui condividevo esclusivamente momenti di vita privata e mai la mia attività politica”.