In Campania durante un intervento di aborto l’infermiera si è rifiutata di sterilizzare i ferri invocando l’obiezione di coscienza, anche se di fatto non sarebbe stata lei a praticare materialmente l’interruzione di gravidanza. Così il medico per non bloccare tutto, ha dovuto arrangiarsi da solo, lavando lui stesso la strumentazione per potere poi procedere all’operazione. In un’altra struttura del sud Italia sono stati i portantini a non volere accompagnare le pazienti che dovevano abortire in sala operatoria, e in un’altra ancora a incrociare le braccia è stato il ferrista che ha il compito di passare bisturi e garze al chirurgo, rischiando così di far saltare l’intervento.

In Italia essere medici non obiettori significa anche far fronte a situazioni del genere: non poter lavorare o farlo in condizioni di emergenza, anche se di un’emergenza non si tratta. Perché chi vuole semplicemente fare il proprio dovere, accettando di aiutare una donna a interrompere una gravidanza, rischia di finire in un girone di minacce e ostacoli sul posto di lavoro che possono andare dal semplice insulto alla vera e propria impossibilità di svolgere la professione. La sentenza del Consiglio d’Europa che ha accolto il ricorso della Cgil, conferma ancora una volta come l’Italia sia un paese in cui è difficile abortire, ma anche e soprattutto fare abortire.

Una realtà in cui vittime sono le donne, a cui viene negato il diritto all’autodeterminazione, ma anche i medici e il personale sanitario che prestano loro assistenza, che vengono discriminati, mobbizzati, addirittura denunciati di omicidio. In corsia il popolo dei non obiettori diminuisce anno dopo anno e per lavorare deve scontrarsi ogni giorno con chi in virtù dell’obiezione di coscienza si rifiuta di praticare un’interruzione di gravidanza. C’è chi deve far fronte a continue emergenze, svolgendo mansioni che non gli competono, subendo le critiche dei colleghi, e chi addirittura è costretto a difendersi davanti ai tribunali. Perché spesso i colleghi, oltre che additare, sporgono anche denuncia per omicidio o mandano lettere di protesta alla struttura. “Non è raro che i medici che praticano l’aborto finiscano sotto inchiesta per le denunce di altri colleghi” racconta a ilfattoquotidiano.it Silvia Agatone, presidente di Laiga (Libera associazione italiana ginecologi), che insieme all’associazione non governativa International planned parenthood federation European network l’8 marzo del 2014 aveva vinto un primo ricorso presentato al Consiglio d’Europa contro l’Italia per la violazione dei diritti delle donne che intendono interrompere la gravidanza.

Ai disagi legati allo svolgimento della professione e ai problemi giudiziari, si devono aggiungere le prospettive di carriera praticamente azzerate per i non obiettori. Tanto che in un quadro così complicato è sempre più arduo capire quanto per medici e personale sanitario la scelta dell’obiezione sia realmente libera, dettata soltanto da motivi di coscienza o religione, oppure semplicemente opportunistica. “Sicuramente gli obiettori hanno vita più facile in Italia – continua Agatone – Chi invece sceglie di applicare la legge, magari poi deve spendere tempo e soldi in tribunale per difendersi dalle accuse”. Gli ospedali in Italia non si fanno carico della questione e così ogni aborto può trasformarsi in una guerra intestina in reparto in cui i non obiettori si ritrovano soli. Ci sono colleghi che inveiscono contro di loro se magari un’interruzione di gravidanza fissata dopo il 90esimo giorno per una malformazione del feto termina con l’espulsione nel proprio turno, oppure altri che interrompono la terapia piuttosto di prendere in carico un paziente. “I non obiettori subiscono vessazioni e minacce continue – continua Loredana Taddei, responsabile Cgil delle politiche di genere – Nel giro di due anni l’Italia è già stata condannata due volte dall’Europa in tema di aborto, ma le cose non sono ancora cambiate. L’unica soluzione sarebbe quella di fare applicare la legge, sia per i diritti delle donne che per i medici non obiettori. Se non venissero così tanto penalizzati, ce ne sarebbero di più e le cose sarebbero più semplici per tutti”.

Secondo i dati del ministero della Salute infatti gli aborti negli ultimi anni sono in diminuzione, ma il motivo, chiarisce la presidente di Laiga, “è proprio il fatto che ci sono sempre meno medici non obiettori e quindi è più difficile fare aborti nelle strutture pubbliche”. La soluzione per l’associazione e anche per la Cgil dovrebbe arrivare dal governo, che deve fare applicare innanzitutto la legge. Una via percorribile per Laiga sarebbe quella di scegliere primari che si facciano garanti del rispetto della norma, bandire concorsi con un numero di posti riservati ai medici non obiettori e assicurare che in ogni provincia ci sia almeno un ospedale che garantisce il trattamento di interruzione di gravidanza prima e dopo i 90 giorni. Ma è Roma che deve decidere. Anche per questo il sindacato ha chiesto un confronto serio con il ministro Beatrice Lorenzin per rispondere alle criticità emerse dalla sentenza europea. “Questa seconda decisione del Comitato Europeo è una preziosa occasione per tutti – ha concluso Taddei – per le donne, per i medici non obiettori e per i medici obiettori a cui nessuno chiede di svolgere le interruzioni di gravidanza. Occorre una buona organizzazione degli ospedali e delle Regioni come già richiede la legge 194”.