Chissà se i calciatori di Bayern Monaco, Paris Saint-Germain ed Everton, quando durante la pausa invernale si sono allenati nei campi del complesso sportivo Aspire, si sono guardati intorno osservando la cura con cui veniva mantenuto il verde. Chissà se hanno poi dato un’occhiata ai lavori in corso per ristrutturare lo stadio Khalifa, dove si svolgerà una delle semifinali dei campionati mondiali di calcio del 2022 in Qatar.

E chissà se hanno già effettuato un sopralluogo, per verificare dove allestire i loro cartelloni pubblicitari, i funzionari di tre tra i principali sponsor dei mondiali: Adidas, Coca-Cola e McDonald’s.

In un nuovo rapporto diffuso il 31 marzo, Amnesty International ha acceso i riflettori proprio sul progetto di ristrutturazione dello stadio internazionale Khalifa, uno dei luoghi del Qatar dove è più acuto lo sfruttamento dei lavoratori migranti, sottoposti a sistematici abusi che in alcuni casi corrispondono a lavori forzati. Ne avevamo parlato qui già due anni e mezzo fa.

Il rapporto di Amnesty International si basa su interviste a 132 migranti impegnati nella ristrutturazione dello stadio Khalifa. Altri 99 migranti intervistati erano impegnati nella manutenzione degli spazi verdi del complesso sportivo Aspire.

Ogni singola persona, giardiniere o manovale, che ha parlato con Amnesty International ha riferito di una o più forme di sfruttamento: alloggi squallidi e sovraffollati in mezzo al deserto; il versamento di ingenti somme di denaro (da 500 a 4300 dollari) ai reclutatori in patria per trovare un lavoro in Qatar; l’inganno subìto rispetto al tipo di lavoro o al salario previsto (con l’eccezione di sei lavoratori, tutti gli intervistati hanno denunciato salari più bassi di quanto promesso, talvolta della metà); la mancanza di pagamenti per diversi mesi, con ripercussioni economiche e psicologiche su lavoratori obbligati a saldare pesanti debiti in patria; il mancato rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno col rischio di essere arrestati ed espulsi in quanto lavoratori “clandestini”; la confisca del passaporto da parte del datore di lavoro e il mancato rilascio del permesso di espatrio; le minacce ricevute dopo aver protestato per le condizioni di lavoro.

I lavoratori, nella maggior parte dei casi provenienti da Bangladesh, India e Nepal, hanno incontrato Amnesty International per la prima volta tra febbraio e maggio 2015. Quando i ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani sono tornati in Qatar, nel febbraio di quest’anno, alcuni lavoratori erano stati trasferiti in alloggi migliori ed erano tornati in possesso dei passaporti, come richiesto da Amnesty International, ma altre forme di sfruttamento non erano cessate.

Il sistema dello sponsor in vigore in Qatar (detto kafala), in base al quale il lavoratore migrante non può cambiare impiego o lasciare il paese senza il permesso del datore di lavoro, è al centro dello sfruttamento della manodopera straniera. La tanto pubblicizzata riforma di questo sistema, annunciata alla fine del 2015, modificherà ben poco la dinamica dei rapporti tra lavoratori migranti e loro datori di lavoro.

Alcuni lavoratori del Nepal hanno raccontato ad Amnesty International che è stato loro perfino impedito di tornare in patria dopo il devastante terremoto dell’aprile 2015 che provocò migliaia di morti e milioni di sfollati.

Nel 2014 il comitato organizzatore dei Mondiali del 2022, che è anche responsabile della costruzione degli stadi, aveva pubblicato le “Linee guida per il benessere dei lavoratori”. Queste direttive chiedono alle imprese che seguono i progetti relativi agli impianti e alle strutture dei campionati di calcio di applicare ai lavoratori standard persino più elevati rispetto a quelli previsti dalle leggi del Qatar. Ma dare attuazione alle “Linee guida” è molto complicato. In un contesto in cui il governo si mostra apatico e la Fifa indifferente, organizzare i Mondiali del 2022 senza sfruttare il lavoro migrante rischia di essere impossibile.

Amnesty International ha chiesto ai principali sponsor dei Mondiali del 2022 di fare pressioni sulla Fifa affinché prenda realmente in considerazione il problema dello sfruttamento del lavoro migrante nella ricostruzione dello stadio Khalifa e mostri cosa ha intenzione di fare per impedire tale sfruttamento negli altri progetti relativi ai campionati di calcio.

La Fifa, se è vero che col nuovo corso dirigenziale intende girare pagina, dovrebbe spingere il Qatar ad approntare un piano complessivo di riforme prima che, dalla metà del 2017, la fase di costruzione degli impianti sportivi entri davvero nel vivo. I passi essenziali dovrebbero essere: abrogare il sistema del kafala, indagare in modo adeguato sulle condizioni dei lavoratori e rafforzare le sanzioni nei confronti delle imprese responsabili dello sfruttamento.

La Fifa dovrebbe anche svolgere ispezioni regolari e indipendenti sulle condizioni di lavoro in Qatar e renderne pubblici i risultati.

Qui il commento della Fifa a seguito della pubblicazione del rapporto di Amnesty International.