“E’ stato il Pkk, sa chi sono? Sono dei terroristi. Io sono curdo, di Mardin. Sono venuto qui per lavorare ma guardi che cosa sta succedendo”. Scuote la testa Ilker, cameriere in un piccolo ristorante che propone specialità libanesi, a Beyoglu, non lontano dalla torre di Galata. Ci tiene a specificare di essere curdo e di considerare il Pkk una banda di terroristi. Niente di strano, i curdi non sono certo tutti sostenitori del gruppo armato fondato nel ‘78 da Ocalan.

Ilker dice questo quando ancora gli uomini del Pkk sono i principali sospettati per l’attentato nel quale, tre ore prima, cinque persone sono rimaste uccise mentre i feriti sono una quarantina. Poco più tardi inizierà a farsi strada l’ipotesi di un attacco compiuto da un militante dello Stato Islamico. Poi, sui media locali, apparirà perfino il nome e il cognome del terrorista: Savas Yildiz di 33 anni, originario di Adana nel sud del Paese.

Fuori dal ristorante, Istiklal Caddesi è completamente sigillata dalla polizia. Da qualsiasi parte si cerchi di imboccarla. Alla fine di ogni singolo vicolo che compone la ragnatela di viuzze che circonda la strada si incontrano transenne e agenti con i mitra in mano. Intorno ad Istiklal, il quartiere è deserto, avvolto da un silenzio irreale. Qualche zingaro si muove, tirando un carretto di rifiuti, alcuni negozianti abbassano le saracinesche e se ne vanno, qualche turista, spaesato, trascina il trolley e prova a chiedere agli agenti come può raggiungere l’hotel che sta al di là delle transenne, in una zona ormai off limits.

E’ spettrale quello che di solito è il cuore pulsante di una città che, frastornata, prova a riprendersi da un nuovo attentato, dopo quello del 12 gennaio, nel quale erano morti 10 turisti a Sultanahmet. Nel frattempo Ankara, è stata teatro della più sanguinosa strage della storia repubblicana nello scorso ottobre e di altri due attacchi a distanza di meno di un mese uno dall’altro. Come spesso accade è difficile capire con certezza da dove arrivino gli attacchi, anche perché in Turchia si muove una galassia di gruppi terroristici, ognuno dei quali ha i suoi motivi per colpire.

Da una parte c’è il Pkk, formazione (originariamente di ispirazione marxista-leninista) che agisce in tutto il Paese ma che ha delle basi anche in altri stati, per esempio a Qandil nel nord dell’Iraq. Fondato sul finire degli anni ‘70, tra gli altri da Abdullah Ocalan (detto Apo) leader carismatico dell’organizzazione terrorista, arrestato nel 1999. Il gruppo ingaggia una durissima lotta con Ankara da oltre 30 anni, nel corso dei quali sono sono morte circa 40mila persone.

L’attuale governo aveva siglato un cessate il fuoco con l’organizzazione nel 2013. Ma dopo l’attentato compiuto a Suruc lo scorso luglio da uomini dell’Isis, contro giovani attivisti curdi e filocurdi, la tregua è saltata. Il Pkk ha incolpato il governo di non difendere la popolazione curda mentre Erdogan, che aveva ottenuto un risultato deludente alle elezioni di giugno, ha deciso di usare il pugno di ferro contro gli indipendentisti. Mossa che gli fatto guadagnare, tra l’altro, i voti di una parte dei nazionalisti.

Al Pkk bisogna, inoltre, aggiungere sigle collegate e minori ma non meno agguerrite, come i “Falchi per la liberazione del Kurdistan” (Tak) che hanno rivendicato gli ultimi due attentati compiuti ad Ankara.

Sul fronte opposto, ci sono gli uomini dell’Isis. Nemici giurati delle milizie curde contro le quali combattono in Siria, i militanti dello Stato Islamico sarebbero responsabili di diversi attacchi, tra i quali quello di Suruc, appunto, e quello di ottobre ad Ankara (sempre contro attivisti del partito filo-curdo Hdp) nonché dell’attentato di gennaio a Sultanahmet.

Ora i miliziani del Califfato sembrano non avere più soltanto i curdi nel mirino ma l’intera Turchia. Ankara, accusata di aver chiuso un occhio per un lungo periodo sul passaggio degli jihadisti diretti verso la Siria per combattere il nemico Assad, negli ultimi tempi ha infatti lanciato vaste operazioni contro numerose cellule attive sul territorio nazionale e arrestato molti stranieri pronti a varcare il confine e ad arruolarsi nell’esercito di Daesh. Ci sarebbero almeno 3mila uomini legati allo Stato Islamico nel Paese della Mezzaluna, arabi ma anche cittadini turchi che hanno scelto di ingrossare le fila dello Stato Islamico. Senza contare che la recente controffensiva di Assad ha messo in fuga interi plotoni di militanti dell’Isis che cercano riparo in Turchia, mischiandosi ai profughi.

Oltre ai gruppi di jihadisti, dei quali l’Isis è il più importante ma certo non l’unico (al-Qaeda, tanto per fare un esempio, ha già colpito in Turchia) e agli indipendentisti curdi, ci sono, poi, i gruppi di estrema sinistra. Il più famoso è, senza dubbio, il Fronte rivoluzionario per la liberazione del popolo (Dhkp/c). Anche questo gruppo è nato verso la fine degli anni ’70 ed è molto attivo. Capace di azioni spettacolari, ha colpito in varie occasioni anche in tempi recenti. Sono loro, per esempio, i responsabili del sequestro del procuratore Mehmet Selim Kiraz nel palazzo di giustizia di Istanbul, compiuto alla fine di marzo del 2015 e concluso con la morte dell’ostaggio. Sempre il Dhkp/c ha attaccato il giorno seguente il quartier generale della polizia in città e, ad agosto, il consolato americano.

Questi sono soltanto i gruppi più importanti, e oggi più attivi, di una galassia vasta e molto frammentata. Per questo Tahir Ozyurtseven, caporedattore centrale del Cumhuriyet, il quotidiano più antico del Paese, un giorno, alludendo all’universo di militanti, terroristi e a tutte le forze oscure e sotterranee che si agitano in Turchia, confidò: “Questo non è un posto sicuro, è un Paese pieno di gente che ha un motivo per alzarsi al mattino e andare ad uccidere qualcun altro”.