Dal 3 ottobre 1998 al 18 marzo 2016 sono passati quasi 18 anni. Una generazione, insomma. E nel corso di una generazione, persino un Paese restio alla modernità come l’Italia cambia pelle. Evidentemente non si è accorto del cambiamento chi ha avuto l’infelice idea di riproporre, sei anni dopo l’ultima puntata, Ciao Darwin, programma che proprio quel 3 ottobre 1998 faceva il suo esordio su Canale5, condotto, allora come oggi, da Paolo Bonolis.

Il format è identico, in tutto e per tutto. Nessuna modifica, nessun adeguamento ai tempi che cambiano. Ci sono tette e culi, tanti culi, troppi culi, inquadrati da ogni angolazione, come se in Italia fossimo ancora ai tempi del Bagaglino o del Bunga Bunga. O forse lo siamo, e noi continuiamo a illuderci che qualcosa sia cambiato.

Televisivamente, Ciao Darwin è una cavalcata a velocità furibonda tra le miserie umane, sfruculiate da Bonolis per trarne linfa vitale del suo trash cazzarone. La prima sfida di questa settima, evitabilissima edizione è tra “Normali” e “Diversi”. Questi ultimi, tanto per cambiare, sono quasi tutti freak, “figli delle stelle”, reincarnazioni grottesche di Gesù, travestiti e transessuali (messi tra i diversi per quale motivo?). Si fa per spettacolo, risponderanno i più indulgenti nei confronti di questa operazione nostalgia che puzza di stereotipi e umorismo pecoreccio.

E’ davvero tollerabile che Paolo Bonolis, interrogando i concorrenti della “Macchina del Tempo”, rivolga la seguente domanda alla concorrente trans: “Da dove veniva Dracula? TRANS… TRANS… TRANS… Dai, lei dovrebbe saperlo”? Davvero in nome dell’intrattenimento televisivo ultratrash possiamo tollerare tutto ciò? Davvero il paese lacerato dalle recenti discussioni sul ddl Cirinnà è maturo e vaccinato per battutacce del genere?

Paolo Bonolis è un fuoriclasse, forse il migliore di tutti. Lo ha dimostrato con i suoi Festival di Sanremo, ma anche con quel gioiellino che era Il senso della vita. Proprio per questo, però, da lui ci aspetteremmo qualcosa di diverso, di più alto. Non un documentario della BBC o una lezione universitaria del Consorzio Nettuno. Non siamo così naif, non vogliamo trasformare la televisione italiana in qualcosa di noioso. Ma c’è intrattenimento e intrattenimento, c’è trash e trash. Lo abbiamo scritto già all’indomani dell’esordio dell’Isola dei Famosi di quest’anno: il trash, se fatto bene, ha una propria dignità e può essere piacevole anche per palati che solitamente prediligono qualcosa di diverso e di più “alto”. Ma quello di Ciao Darwin non è trash, è accanimento terapeutico su un genere morto e sepolto, su un’Italia televisiva che, seppure a fatica, sta cercando di cambiare volto, con alterne fortune.

Ma è anche la dimostrazione che innovare e inventare qualcosa di nuovo in televisione è sempre più difficile. Si può riproporre un programma fermo da sei anni (fermo evidentemente perché non più in sintonia con il comune sentire televisivo) senza modificare nemmeno una virgola, neppure una inquadratura, nemmeno i soliti siparietti alla Totò e Peppino di Bonolis e Laurenti?

Se avessimo la possibilità di scambiare qualche parola con Paolo Bonolis (ripetiamo: forse il miglior conduttore italiano), gli chiederemmo solo una cosa: “Perché, caro Paolo, negli ultimi anni ha deciso di gettare alle ortiche il suo talento naturale e cristallino? Noia? Mancanza di idee?”. Ecco, vorremmo solo sapere questo. Ciao Darwin era perlomeno discutibile già all’epoca dell’esordio, ma era quantomeno figlio dei tempi. Oggi, però, è semplicemente inaccettabile. Canale5 e Paolo Bonolis la pensano diversamente. Contenti loro.