Bella e brava. Una copertina vivente di Sports Illustrated, su cui non a caso era finita nel 2006 in un servizio fotografico che aveva fatto epoca. Con il suo corpo da modella, quel viso regale da zarina russa e la sua favola da sogno americano. Maria Sharapova è stata semplicemente il volto del tennis femminile negli Anni Duemila. Anche se a soli 28 anni rischia di diventare già una ex dello sport che l’ha portata alla ribalta, e di cui ha riscritto la storia. Prematuro epilogo di una carriera precoce e folgorante.

Difficile raccontare la Sharapova come una semplice atleta, nonostante i risultati la qualifichino indubbiamente come tale: 35 tornei vinti, di cui cinque Slam e due Roland Garros, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra, 21 settimane da numero uno del mondo, tutt’ora in settima posizione del ranking praticamente senza giocare. Icona, è la parola che meglio la definisce. Per la sua avvenenza, i suoi peculiarissimi gemiti ad ogni colpo di diritto o di rovescio, chissà quanto spontanei o un po’ costruiti, che hanno contribuito ad accrescere quella carica sensuale che naturalmente sprigionava dentro e fuori dal campo. Anche per la sua storia di principessa sovietica, che ha origine a Chernobyl, nella tragedia e nella miseria, prima di trovare fortuna negli Stati Uniti: i genitori erano emigrati in Siberia, dove è nata Maria, per fuggire dal disastro nucleare; la sua prima racchetta era un attrezzo da adulto con il manico tagliato, perché non c’erano i soldi per comprarne una da bambina. Poi, durante una competizione giovanile a Mosca, la grande Martina Navratilova notò una bambina con qualcosa di speciale, suggerendo alla famiglia di trasferirsi negli Stati Uniti. Il talento, la sua fortissima determinazione, una ricca borsa di studio e il prestigio dell’Accademia Nick Bollettieri hanno fatto il resto.

Forte, determinata come poche. E meravigliosa. La sua apparizione nel circuito mondiale, con la vittoria di Wimbledon nel 2004 a soli 17 anni, è stata quasi un’epifania. Di lì in poi è stato tutto un susseguirsi di successi, gossip e pettegolezzi. Quelli più pruriginosi, come le rivelazioni dell’ex fidanzato Adam Levine (frontman non proprio galantuomo dei Maroon 5), che l’ha definita “un vero disastro a letto”, alimentando le critiche dei detrattori di una bellezza troppo algida. O quelli più sofferti, come la fine della love story con il bulgaro Grigor Dimitrov, altro bellone del circuito, strappato proprio alla grande rivale Serena Williams. L’aspetto fisico forse l’ha anche danneggiata sotto l’aspetto meramente sportivo. Certo non dal punto di vista economico: con gli sponsor milionari (i primi a fuggire dopo lo scandalo), i servizi fotografici, persino la linea personale di caramelle “Sugarpova”, Maria è diventata da subito una macchina da soldi. Nel 2015 Forbes l’ha eletta per l’undicesimo anno consecutivo sportiva più ricca del mondo, il suo patrimonio personale è stimato intorno ai 195 milioni di dollari. Ovunque andasse era spettacolo, a prescindere da risultati e prestazioni sotto rete.

Al tennis mondiale mancherà e mancava già. Negli Anni Duemila, dopo il ritiro di Justine Henin e Amelie Mauresmo, è stata l’unica giocatrice in grado di catalizzare veramente l’attenzione di media e tifosi, e di opporsi allo strapotere di Serena Williams, rivale sul campo e in amore. Certo, la belga e la francese lo facevano con una tecnica che il tennis sembra aver smarrito. La russa opponendo alla potenza sgraziata del caterpillar a stelle e strisce il suo fisico statuario. Contro i muscoli altri muscoli, ma bellissimi. Una dea, anzi una semidea, che adesso è caduta. Di recente aveva cominciato ad eclissarsi: colpa di infortuni in serie e sempre più seri alla spalla, il suo tallone d’Achille, come ogni semidio che si rispetti. L’ultimo Slam nel 2014, l’ultimo acuto la semifinale di Wimbledon, erba di casa, nel 2015. Quest’anno poche e fugaci apparizioni, come l’eliminazione ai quarti dell’Australian Open. Il torneo incriminato. La positività – che sarebbe meglio approfondire, prima di bollare irrimediabilmente come doping – rischia di porre la parola fine alla sua carriera. Ma forse la parabola discendente era iniziata già da un po’.
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