Immaginate per un attimo un colloquio tra bambini di 6-7 anni. Siamo nella classe di Tobia Antonio, il figlio di Nichi Vendola e Ed Testa, nato sabato scorso in California grazie alla maternità surrogata. Stamattina a portare il piccolo Tobia a scuola sono stati i due papà, premurosi, attenti, vigili come ogni genitore.

Gli altri bimbi hanno notato che ad accompagnare Tobia non c’è mai una mamma. La figura della madre che sono abituati a vedere accanto a ogni loro compagno manca. Non la vedono a scuola e nemmeno alle feste di compleanno di Tobia. Non c’è ai colloqui con i maestri e nemmeno in occasione della “recita” di fine anno. Qualcuno chiederà a mamma come mai. Qualcuno chiederà all’insegnante: “Maestro, perché Tobia ha due papà e non la mamma? Dov’è? E’ morta?”.

Al di là di come la pensiamo in merito alle scelte dell’ex presidente della Regione Puglia; al di là del nostro essere pro o contro la maternità surrogata, non ho ancora visto in questi giorni qualcuno che prova a fare un ragionamento su quale Italia troverà Tobia quando metterà (sempre che i due abbiamo scelto di crescere Tobia Antonio nel Bel Paese) piede in una nostra scuola. Certi interrogativi i bambini li fanno. E’ solo nell’immaginario dei perbenisti radical chic di Sinistra l’idea che i piccoli sappiano comprendere le esigenze dei grandi. Non è così. I “perché della vita”, compreso il figlio nato da una mamma surrogata, andranno spiegati.

Quando ho vissuto l’esperienza di trovarmi in classe ragazzini che avevano perso la mamma o il papà, spesso mi son trovato a dover fare i conti con domande dettate dallo loro ingenuità e franchezza: “La mamma di Alessandro non c’è più? Lui ha solo il papà?”.

Qualche anno fa, sempre da queste colonne, ragionando sull’annuncio della volontà a diventare padre di Nichi Vendola provai a fare una riflessione su quanto l’Italia sia impreparata culturalmente ad accogliere questa novità. Pochi capirono. Alcune “provocazioni” non furono colte ma tacciate di conservatorismo, bigottismo e altro ancora. In molti si stracciarono le vesti davanti ad un maestro che si interrogava su questo argomento, anche in maniera provocatoria. Gli interventi di alcuni omosessuali fecero riflettere anche chi scrive.

Resta un problema: Tobia Antonio siederà tra i banchi di una scuola che in questi anni non ha mai parlato di omosessualità; che spesso non affronta i discorsi legati all’educazione all’affettività e alla sessualità. Il figlio di Nichi ed Ed Testa si troverà magari in un istituto dove gli insegnanti fanno i lavoretti per la festa del papà e della mamma.

In Svezia ho incontrato due donne con una figlia che frequenta la scuola: mi hanno raccontato della preparazione delle insegnanti, della capacità di accogliere la diversità famigliare. E’ un altro Stato. Possiamo sperare che l’Italia diventi come la Svezia? Possiamo augurarci che Tobia Antonio avrà degli insegnanti capaci di affrontare gli interrogativi degli altri bambini? Possiamo, oggi, garantire a Tobia una vita senza discriminazioni?