A scorrere la cinquina delle nomination come miglior regista nella corsa agli Oscar 2016 s’intuisce che l’annata non deve aver fornito grandi possibilità di scelta ai membri dell’Academy. Buoni film sicuramente – la contesa tra i migliori titoli è la categoria che può riservare più sorprese -, ma nessuna prova eclatante di regia. Per questo l’incertezza è tanta per succedere ad Alejandro Gonzalez Iñarritu che nel 2015 ha vinto con Birdman grazie al suo virtuosistico stile tutto imbevuto di piani sequenza e realismo esasperante. Tra George Miller (Mad Max: Fury Road), Tom McCarthy (Il caso Spotlight), Lenny Abrahamson (Room), Adam McKay (The Big short- La grande scommessa), e lo stesso Iñarritu (The Revenant) non c’è quel lampo di genio, quella firma ben visibile e marcata in fondo al quadro, sequenza dopo sequenza.

Certo, Iñarritu concede in The Revenant una regia ancora una volta personalissima, che fa del movimento di macchina l’elemento primigenio della perlustrazione dello spazio inquadrato e della storia raccontata, qualcosa che lo fa assomigliare di più ai grandi esteti anni settanta come un certo Andrej Tarkovsky (qui la prova della somiglianza tra i due in uno splendido montaggio). A suo sfavore però ci sono almeno un paio di elementi: il primo è quello di aver vinto l’anno scorso lo stesso riconoscimento e difficilmente il bis avviene (l’exploit è riuscito a Joseph L. Mankiewicz per Lettera a tre mogli e Eva contro Eva nel 1950 e nel ’51, e a John Ford nel ’41 e ’42 per Furore e Com’era verde la mia valle). Il secondo è che sarà altamente improbabile che The Revenant doppi la funzione di film pigliatutto che ebbe Birdman nel 2015: l’effetto sorpresa della regia di Iñarritu per gli Oscar è materia già digerita. Più facili il premio per Leonardo DiCaprio come miglior attore o quello come miglior film.