image1 (1)Un programma che attraversa per intero quello che lo storico britannico Eric Hobsbawm volle definire, nel suo celebre saggio, il secolo breve: tutto il Novecento, a partire dall’Apollon Musagète di Igor Strawinsky (1927) per finire con Lollapalooza di John Adams (1995), nel concerto che venerdì 12 febbraio si è tenuto al Teatro dell’Opera di Firenze sotto la direzione dell’americano John Axelrod.

Un programma inusuale, coraggioso, come è stato definito dallo stesso Axelrod che, oltre a Strawinsky e Adams, ha per l’occasione eseguito, con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, G-Spot Tornado di Frank Zappa (il brano che lo stesso Zappa definì ineseguibile ma che Axelrod, in totale controtendenza, dice non essere assolutamente problematico, specie se eseguito con grandi musicisti come quelli dell’Orchestra del Maggio Fiorentino), le Danze sinfoniche da West Side Story di Leonard Bernstein e, per chiudere in bellezza, il Bolero di Ravel: “Due sono i comuni denominatori di questo concerto – ha dichiarato in esclusiva John Axelrod a Ilfattoquotidiano.it -. Il primo è il ballo: tutti i brani sono pezzi di danza. L’altro è il secondo tempo della battuta: in ognuno di questi pezzi è il secondo tempo, e non il primo, ad aver un’importanza fondamentale”.

Un concerto dunque sul secondo tempo, un concerto nel quale al sensuale andamento ritmico-melodico del Bolero fa da contraltare il linguaggio minimalista di John Adams: “La parola minimalismo, in questo caso, non è esatta: quello di Adams in Lollapalooza non è il minimalismo di Philip Glass o Steve Reich”. In realtà è proprio verso l’etichettatura, la categorizzazione, che Axelrod nutre una certa insofferenza: “Minimalismo è solo un termine retroattivo, come impressionismo o diverse altre etichette. Le persone hanno bisogno di compartimenti, hanno bisogno di categorizzazioni. Questa è la mia opinione, la mia filosofia: la musica non ha bisogno di categorizzazioni”.

Fu proprio Leonard Bernstein, il grande maestro di cui Axelrod fu allievo in direzione d’orchestra, a benedirne il roseo futuro quando, rivolgendosi ai suoi genitori, ebbe modo di affermare: “John diventerà un grande direttore perché, come me, ama la gente”. Personaggio eclettico, di assoluta elasticità musicale e culturale, John Axelrod può vantare, tra i suoi molti pregi, quello di aver fiutato e di fatto scoperto, nel lontano 1990, il genio musicale di una super band come gli Smashing Pumpkins: “Nel 1990 lavoravo per una compagnia di dischi, ed è stato al Cabaret Metro di Chicago, un club più piccolo di questo foyer – del Teatro dell’Opera, ndr -, che ho scoperto gli Smashing Pumpkins. Ho sentito quella chitarra, quel basso, ma la batteria, quella era veramente incredibile. Poi ho parlato con Billie – Billie Corgan, leader fondatore della band – e lui mi ha detto qualcosa di molto interessante: ‘la musica è come un proiettile nel cervello’. Il problema era il nome, Smashing Pumpkins, che al presidente della Rca non piaceva, ragion per cui tagliò il contratto. Tempo dopo erano circa 16 le case discografiche che facevano a gara per averli, incredibile! Solo due anni dopo gli Smashing Pumpkins erano al numero uno in classifica con 13 milioni di dischi venduti. Il presidente della Rca diede le dimissioni. Il karma è karma”.

Un’agenda strapiena quella di Axelrod, che si prepara, tra gli altri appuntamenti importanti in giro per il mondo, a dirigere la nuova opera dell’italiano Fabio Vacchi, che definisce uno dei più grandi compositori viventi, per la nuova edizione del Maggio Musicale Fiorentino: “Il grande lascito di Bernstein è il lavoro con i giovani, con le orchestre giovanili, perciò spero di poter celebrare il 100esimo anniversario della sua nascita, nel 2018, anche qui in Firenze col Maggio Musicale”.

Un messaggio, quello di Axelrod, tutto contenuto, ‘emblematizzato’ dal programma presentato venerdì sera all’Opera di Firenze: “Tutta la musica è seria, non c’e una differenza tra musica seria e musica popular, perché è tutta musica seria. In Italia il discorso è diverso: qui è nata l’Opera, e forse c’è effettivamente una differenza, nella contemporaneità, tra i musicisti intellettuali e la popular music. Ma separare troppo gli ambiti diventa elitario”. Un concerto che il pubblico fiorentino ha saputo gradire, dimostrando di apprezzare in particolar modo l’esecuzione di Bernstein e, in chiusura, quella del Bolero di Ravel, diretto da Axelrod con notevole dovizia di particolari e, soprattutto, nel suo giusto tempo (quel moderato assai che, come ricorda Gregorio Moppi nel prezioso libretto di sala, nel 1930 non venne rispettato da Arturo Toscanini in una performance parigina con la New York Philharmonic, ricevendo dal vivo, a esecuzione conclusa, la bocciatura di Ravel). Un messaggio, quello del grande allievo di Bernstein, che mira a superare divisioni e categorizzazioni di sorta, per riavvicinare il pubblico ai teatri e agli auditorium, perché, come ci ricorda in chiusura: “La vita è dolce ma anche difficile: con la musica è certamente dolce”.