Da qualche giorno, i laboratori e gli studi di tante università italiane hanno visto un fiorire di magliette rosse e arancioni che raffigurano una ricercatrice e un ricercatore a braccia conserte. Coloro che le indossano non stanno però con le mani in mano, anzi! Svolgono le mansioni più diverse: lavorano nei laboratori e negli archivi, analizzano dati, scrivono articoli, insegnano ed esaminano, organizzano convegni…

Quello che hanno in comune è che sono tutti ricercatrici e ricercatori precari: persone che da anni forniscono un contributo essenziale ed irrinunciabile alla ricerca e alla didattica degli atenei italiani, ma che in ogni loro attività sono accompagnati dal ticchettio di un cronometro che scandisce i secondi mancanti alla scadenza del loro contratto.

Esasperati da una situazione sempre più insostenibile, in molti hanno deciso di aderire allo sciopero alla rovescia indetto dal Coordinamento Ricercatrici e Ricercatori Non Strutturati. Barbara Saracino ci racconta i perché e i percome di questa singolare protesta.

precarie

Il 15 dicembre del 2015 la Commissione Bilancio della Camera ha bocciato l’estensione della indennità di disoccupazione (Dis-Coll) agli assegnisti di ricerca, ai dottorandi e ai titolari di borse di studio, prevista invece per gli altri lavoratori parasubordinati. Con quale motivazione? Sebbene i ricercatori precari versino i contributi alla Gestione Separata Inps, secondo il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali il loro lavoro è “fortemente connotato da una componente formativa”. In sostanza, per il ministro Poletti (quello secondo cui è meglio laurearsi modestamente con 97 a 21 anni piuttosto che a 28 a pieni voti), fare ricerca non è un lavoro. In seguito, anche il sottosegretario all’Istruzione Faraone ha avallato questa visione (in Parlamento), per poi smentire se stesso poche ore dopo ritrattando (su Facebook).

A questo ulteriore grottesco quanto paradossale tentativo di delegittimazione del lavoro di ricerca, del sistema universitario e della formazione in generale il Coordinamento delle ricercatrici e dei ricercatori non strutturati ha deciso di rispondere in due modi: con un questionario per raccogliere dati sulla vera natura del lavoro precario di ricerca (compilato da oltre 1200 colleghi) e attraverso uno sciopero alla rovescia.

Era il 2 febbraio 1956 quando Danilo Dolci portò centinaia di disoccupati di Partinico a rimettere in sesto Trazzera vecchia, una strada comunale dissestata e lasciata all’incuria. Quei disoccupati potevano scioperare solo alla rovescia: lavorando. Poiché secondo il Ministero anche noi, come quei disoccupati, non lavoriamo, a sessant’anni da quell’azione (per cui Danilo Dolci venne arrestato e difeso in aula da Piero Calamandrei) abbiamo deciso di indossare una maglietta rossa con la scritta #ricercaprecaria in ogni attività che realizziamo come ricercatori (lezioni, convegni, formazione, esami, ricerca sul campo, laboratori, …) e ad oltranza, per renderci visibili e per raccontare le ragioni della nostra protesta. Chiediamo il riconoscimento della Dis-Coll ma anche lo sblocco del turnover, un piano di reclutamento all’altezza dell’enormità del problema, l’introduzione di una figura unica pre-ruolo, il riconoscimento del valore legale del titolo di studio di dottorato, la critica a questa “valutazione” della ricerca, e in più in generale la promozione e il riconoscimento attraverso politiche di sistema del ruolo dell’Università e della ricerca pubblica.

Abbiamo deciso di scioperare alla rovescia per rispondere con determinazione alla volontà politica di smantellare il carattere pubblico dell’Università e della ricerca: invitiamo chiunque sia preoccupato come noi (gli studenti, il personale tecnico-amministrativo e anche il personale strutturato) a sostenerci e ad indossare una maglietta di colore arancione con la scritta #ricercaprecaria.

Barbara Saracino – Coordinamento ricercatrici e ricercatori non strutturati