Lev Nikolaevič Tolstoj è universalmente considerato uno dei giganti della letteratura moderna e tra i più grandi di tutti i tempi.

Eppure, nell’incenso di questa lode unanime, spesso la grandezza dell’autore di Guerra e Pace è rimasta vittima di miopia critica, che ne ha esaltato il prodigioso dono letterario fino ad oscurare la sua attività (centrale, nei suoi ultimi anni) di illuminato, profetico pensatore.

Illustre esempio: nella sua, pur stupenda, biografia del grande scrittore russo, il fine e coltissimo Pietro Citati erige un monumento glorioso all’uomo di lettere, ma liquida sbrigativamente il suo pensiero filosofico. Il suo giudizio è impietoso:  “In fondo è un mediocre ragionatore, un noioso sofista e polemista, un cattivo autore di parole d’ordine per le folle”, un “geniale” ma “dilettante” filosofo.

51ECFLkHlHL._SX331_BO1,204,203,200_In realtà, non è difficile cogliere come (non solo nell’ultima fase della sua vita artistica) i grandi capolavori letterari tolstojani siano l’espressione compiutamente letteraria della sua ricerca filosofica e interiore. Il documentatissimo Lev Tolstoj – Il coraggio della Verità di Roberto Coaloa (Edizioni della Sera) è la miglior risposta a tale prolungata distrazione critica.

Il testo non è solo, chiaramente, di notevole interesse per gli studiosi del maestro di Jasnaia Poljana (la tenuta di campagna che fu il tempio familiare dello scrittore), ma offre spunti di riflessione anche su temi di ineludibile attualità quali politica e la religione, e i rapporti tra di esse.

Temi affrontati da Tolstoj senza alcun laccio dogmatico, in quel cruciale momento di passaggio tra fine Ottocento e inizio Novecento, la temperie filosofica creata tra l’annuncio nietzscheano della “morte di dio”, l’inizio delle ricerche psicanalitiche e il sorgere dei movimenti rivoluzionari che culmineranno nella Rivoluzione d’Ottobre.

Il grande lavoro di ricerca filologica operato dall’autore consente, ad esempio, di approfondire la profonda influenza che il pensiero di Tolstoj esercitò sulla teoria e pratica della non-violenza del Mahatma Gandhi, ispirando così una delle pagine più luminose del Novecento.

Molti conoscono il debito dichiarato dal grande leader indiano nei confronti dell’ultima fase del pensiero tolstojano, ma molti forse non sanno che fra i due ci fu un intenso carteggio (riportato nel libro) e che addirittura il primo ashram fondato dal Mahatma, ancora in Sudafrica, fu intitolato al maestro russo, la Fattoria Tolstoj. Nell’ashram venivano applicati gli insegnamenti (in seguito perfezionati da Gandhi nel suo concetto di Satyagraha) del cosiddetto “anarchismo evangelico” dell’ultimo Tolstoj: vita collettiva, castità, letture comuni, lavoro manuale, dieta semplice, disprezzo delle comodità e pratica della carità.

Una rigorosa palestra morale, necessaria per temprare la generazione di eroici combattenti non-violenti che riuscirà a liberare, solo con la propria forza interiore e senza sparare un colpo, la grande nazione indiana dal giogo inglese.

È illuminante notare come la riflessione filosofica finale del pensatore russo, benché (o forse proprio perché) volta a cogliere l’essenza del messaggio del Cristo, liberandolo dalle sovrastrutture ideologico-ecclesiastiche accumulate nei secoli, sia profondamente convergente con le intuizioni dell’alta filosofia orientale che ispirò il Mahatma.

Sarà sufficiente ricordare il suo pamphlet del 1893, Il Regno di Dio è dentro di voi, in cui si è scagliato con lucidità inesorabile contro l’ipocrisia delle istituzioni religiose: “Le chiese, come società affermanti la loro infallibilità, sono istituzioni anti-cristiane. Non solo non vi ha niente di comune fra le chiese e il cristianesimo, eccetto il nome, ma i loro principî sono assolutamente opposti ed ostili”.

Una visione universale, libera da dogmi, ardentemente profetica: “Il tempo verrà — e già viene — in cui i principî cristiani della vita — fratellanza, eguaglianza, comunità di beni, non-resistenza al male colla violenza — parranno così semplici e così naturali, come sembrano oggidì i principî della vita domestica e sociale”.

Nel 1901, il Santo Sinodo ortodosso scomunicò lo scrittore per le sue idee, ritenute eretiche.

Egli rispose, con suprema dignità, nella sua Risposta alla deliberazione del Sinodo di non voler tornare sui suoi passi: “tornare a ciò da cui con tante sofferenze sono appena riuscito ad uscire, questo io non posso farlo in nessun modo, così come un uccello che già vola non può entrare nel guscio di quell’uovo da cui è uscito”.