Franco Frattini, ministro degli Esteri in due governi Berlusconi tra il 2002 e il 2004 e tra il 2008 e il 2011, anno della guerra in Libia. Alla luce dell’atteggiamento ambiguo tenuto dalla Turchia nei confronti dell’Isis, condotta che molti analisti considerano causa dell’attentato di Istanbul, è giusto continuare a tenere le relazioni con Ankara sullo stesso binario? Ci si può ancora fidare?

“Certamente c’è stata ambiguità nei confronti di alcune realtà relative a Daesh. Ora questa ambiguità è stata superata, la Turchia sembra essersi schierata nella coalizione anti-terrorismo ed è stata colpita immediatamente. Questo è un segnale del cambio di rotta intrapreso da Erdogan, come fu per la Russia colpita dall’attentato all’aereo che sorvolava il Sinai e com’è stato per la Germania, i cui turisti sono stati presi di mira a Istanbul”.

Ecco, appunto, Ankara “sembra” essersi schierata dalla parte giusta. Prima però ha pensato di utilizzare la galassia jihadista presente in Siria per destabilizzare Bashar Al Assad. 

“Ricordo che quando ero ministro degli Esteri la Turchia aveva cercato di ritagliarsi un ruolo di mediazione nella crisi siriana, visti i tradizionali rapporti di amicizia con Damasco. Quando Assad ha risposto al tentativo di mediazione turco con un atteggiamento ostile fatto di apertura delle porte per i rifugiati verso la Turchia e destabilizzazione dei confini turco-siriani, Ankara ha reagito di conseguenza”.

Però la politica estera di Ankara in Medio Oriente ha avuto effetti nefasti: ha moltiplicato i nemici della Nato, ha complicato il quadro in Siria, ha peggiorato i rapporti con l’Iran. Erdogan ha prima tentato di usare l’Isis, poi ha annunciato di volerlo combattere. E ora ne paga le conseguenze.

“E’ vero, il premier Davutoglu, all’epoca ministro degli Esteri, fu l’ideatore dello slogan ‘Zero problems with all our neighbours‘, ‘nessun problema con tutti i nostri vicini’. Oggi quella linea non esiste più: la Turchia ha alimentato il conflitto con Israele, creato una situazione di rottura completa con Siria, Iraq e Iran. Così come si sono degradati i rapporti con l’Armenia e con il popolo curdo. Dopo la rottura consumata con la Russia, oggi la Turchia ha amici soltanto a Bruxelles“.

La Germania è stata colpita a Istanbul dopo aver inviato i Tornado in Siria. Da giorni si parla della possibilità di una partecipazione italiana ad una missione militare in Libia. Quanto rischia l’Italia?

“Saremo chiamati, se ci sarà una risoluzione dell’Onu, a svolgere un’attività anti-terrorismo, quindi offensiva nei confronti di Daesh. Questo comporterà dei pericoli, però l’Italia non può rinunciare al ruolo storico che ha in Libia, ma senza commettere gli errori del passato: abbandonare del tutto la Libia com’è accaduto dal 2012 in poi”.

Nel 2011, anno della guerra a Gheddafi, al governo c’era Berlusconi e lei era ministro degli Esteri.

“Nell’autunno 2011, quando Gheddafi venne ucciso, io stavo parlando con Hillary Clinton per organizzare delle missioni di addestramento della futura Guardia Nazionale libica che l’Italia era pronta a compiere sul terreno proprio per non abbandonare il Paese. Avevamo chiesto alla Nato di svolgere delle missioni a Tripoli e l’alleanza aveva fatto due ispezioni sul terreno. Nel 2012, quando noi non eravamo più al governo, la Comunità internazionale si è disimpegnata e soprattutto gli Stati Uniti hanno deciso che il futuro della Libia non era più la priorità”.

Certo, avreste potuto pensarci prima di andare a bombardare.

“Ma no, il progetto era nato prima, io ho parlato di attuazione: le missioni di addestramento dovevano iniziare in autunno ma finché le milizie si combattevano sul terreno e Gheddafi era asserragliato nella sua cittadella fortificata non potevano essere messo in atto. L’autunno passò e a gennaio gli americani comunicarono al governo Monti che il loro disimpegno era deciso”.

La diplomazia è ancora sufficiente in Libia?

“Serve per promuovere la nascita di un governo di unità nazionale. La situazione sul terreno è fuori controllo: quando il premier designato Al Serray si è recato a Tajoura dove il nuovo esecutivo dovrebbe avere la sua sede, non è stato fatto entrare in città. Quindi serve un’operazione anti-terrorismo affidata allo stesso governo affiancato dall’esercito libico guidato dal generale Haftar. Altrimenti, a supporto del governo servirà una missione internazionale. Quindi bisogna mettere nel cassetto una risoluzione dell’Onu che al momento opportuno ci permetta di intervenire. Avrà visto nelle immagini trasmesse dalle tv che quando il nostro aeroplano è andato a prendere i feriti dell’attentato a Misurata, a bordo campo c’erano esponenti delle forze speciali italiane. Quindi le nostre forze sono già lì”.

Nei giorni scorsi Al Qaeda ha minacciato l’Italia. Alla luce degli attentati di Parigi e Istanbul, se fosse ministro degli Esteri manderebbe i nostri soldati in Libia?

“Sì, nell’ambito di una missione autorizzata dall’Onu e in collaborazione con il governo di Al Serray. Perché se non ci muoviamo e Daesh continua ad espandersi, la minaccia jihadista si rafforzerà a tal punto che le sarà più facile venire a colpire anche in Italia. Bisogna colpire il terrorismo prima che sia irrimediabilmente diffuso. Le foto della bandiera sul Vaticano ci dicono da tempo che siamo un possibile obiettivo. Meglio colpirli prima che loro colpiscano noi”.