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Per descrivere in dettaglio da cosa nasce la licenza di definire “straripante” un personaggio che ricopre la carica di primo ministro bisognerebbe coprire l’intero spazio di questo giornale online, cosa che non è ovviamente possibile. E’ tuttavia possibile, con una breve descrizione delle sue quasi quotidiane “multilocazioni” mediatiche, comprendere le ragioni e la tecnica del suo superattivismo. A nessuno infatti può essere sfuggita la sua abilità di fare atto di presenza pressoché sempre e pressoché ovunque ve ne sia occasione, con brevi interviste televisive utili a fare propaganda di se stesso.

Sono talmente numerose e frequenti queste “apparizioni mediatiche” che diventa lecito chiedersi se il suo attivismo abbia davvero lo scopo di sviluppare importanti incontri per risolvere problemi di altissimo livello, oppure se quegli incontri abbiano solo lo scopo di dargli in continuazione occasione di annunciare (molto ripetitivamente a onor del vero) che le sue riforme stanno rilanciando l’Italia nell’Olimpo dei grandi.

Le sue dichiarazioni non raggiungono l’enfasi del Mussolini imperiale, quando annunciava la conquista di Addis Abeba, o quando prometteva che avrebbe spezzato le reni ai greci, ma si sa, i tempi cambiano e la tecnica oggi non è più quella di fare roboanti dichiarazioni enfatiche ai microfoni radiofonici davanti a immensi piazzali ricolmi di popolo osannante, ma quella di ripetere mille volte in brevissime “dirette televisive”, davanti a compunti giornalisti impossibilitati alla critica, sontuose affermazioni di ripresa economica che nessun serio economista escluso dal carro governativo-istituzionale si sogna mai di fare.

E’ diventata infatti persino stucchevole la sua insistenza nel raccomandare ai cittadini, ad sua ogni apparizione mediatica (cioè ogni giorno) di non demordere proprio ora che la ripresa è già iniziata.  Che le sue riforme stanno già dando i frutti sperati. Fermarsi adesso sarebbe folle!

Come dargli torto? In fondo il sostegno e la fiducia del popolo sono elementi fondamentali per chi guida una nazione. Se n’erano già accorti persino al tempo del fascismo, che infatti aveva creato allo scopo proprio il “Ministero della Cultura Popolare” (più conosciuto come Minculpop!)

Peccato però che per smentirlo sarebbe sufficiente guardare a quello che succede di questi tempi in campo economico ed occupazionale un pò in tutta Europa. Stanno forse tutti applicando il suo “Jobs-Act”? E il suo “Italicum”? O la sua riforma costituzionale per abolire il Senato e dare più potere al suo governo (persino più potere che nelle repubbliche presidenziali!) nella speranza di restare a capo dell’esecutivo a tempo indeterminato?

Lui si ricorda sempre di ricordare ai suoi governati che è molto bravo, ma si dimentica con uguale frequenza di dire che il merito della ripresa non è suo, ma della svalutazione dell’euro (quasi il 30%) e della manovra di Quantitative Easing (60/mld di euro al mese!) lanciata da Draghi un anno fa, e pochi giorni fa confermata per un periodo ancora più lungo (dato che comunque non riesce a far risalire l’inflazione di almeno un paio di punti, come raccomandano gli economisti).

E dove vanno a finire tutti questi soldi? Tecnicamente servono (alla Bce) per liberare le banche da alcuni crediti più o meno “incagliati”, cioè che “ingolfano” l’attivo patrimoniale delle banche. Di fatto è però anche un aiuto diretto alla ricapitalizzazione delle banche stesse, poiché riducendo nell’attivo patrimoniale la quantità dei crediti di medio periodo si dà alla banca la possibilità di fare nuovo credito … oppure, per quelle con inadeguato indice di capitalizzazione, la possibilità di raggiungere il livello di capitalizzazione richiesto dai parametri stabiliti nello “Stress Test” senza dover immettere altro denaro per aumentare il capitale.

Il rischio (che qualche credito diventi nel frattempo inesigibile) passa così dalla “pancia” delle banche (private) a quello della banca centrale (cioè noi contribuenti). E’ in sostanza la stessa soluzione che il governo Renzi ha preso per le 4 banche destinate al fallimento.

Quella del fallimento sarebbe stata la soluzione tecnica classica: la banca fallisce quindi in primis perdono tutto il loro investimento i soci della banca, in seconda linea perdono in gran parte il loro investimento i creditori (obbligazionisti, dipendenti, fornitori) che però possono ottenere qualche rimborso dalla liquidazione dei beni della banca. In questo modo però la banca fallita cessa ogni attività e crea così qualche danno anche all’economia delle aree e delle imprese interessate.

Il governo ha quindi scelto la linea di creare una “bad bank” che assorbe tutti i crediti inesigibili e vendere ad altre banche le attività sane, o comunque di qualche valore,  rimaste nell’attivo patrimoniale di quegli istituti (recuperando così un po’ di denaro che forse utilizzerà in parte per dare qualche rimborso ai risparmiatori danneggiati).

Questa soluzione però, anche se apparentemente segue la normativa europea vigente, di fatto scontenta tutti i soggetti più deboli, perché i risparmiatori (probabilmente truffati) vengono rimborsati solo in piccola parte, gli azionisti (certamente non tutti responsabili del crack) perdono tutto l’investimento, i contribuenti perdono i soldi (anche se non se ne parla) confluiti nella bad bank. I cattivi amministratori, se non si riesce a provare la truffa, non perdono invece niente.

Ma perché di questi tempi non si applica mai il vecchio sistema classico della nazionalizzazione? Invece di far fallire la banca la si nazionalizza, si perseguono giuridicamente e amministrativamente i vecchi amministratori e se ne mettono di nuovi fuori dai giochi di potere locale. La perdita (ora rifilata alla bad bank) è identica, ma in questo modo c’è la possibilità, attraverso il risanamento delle banca, di recuperare i soldi immessi per il salvataggio, e dopo il risanamento è sempre possibile farci anche un guadagno privatizzando di nuovo la banca.

Negli Usa è stata fatta una manovra del genere (anche se furbescamente non l’hanno chiamata “nazionalizzazione”) quando, a seguito della crisi del 2008, sono state salvate le due banche gemelle dei mutui “Fannie Mae” e “Freddie Mac” con un massiccio sostegno finanziario erogato direttamente dal Tesoro. Dopo il salvataggio le due banche, guidate da nuovi amministratori, hanno ripreso in pieno l’attività di erogazione dei mutui, restituito i finanziamenti ricevuti dallo Stato e cominciato a macinare ogni anno utili per decine di miliardi di dollari, e sono di proprietà 100 per cento dello Stato americano.