Il 2015 è stato l’anno che ha visto l’Italia tornare alla crescita, sia pure frazionale, dopo anni di depressione, grazie ad una serie di shock positivi esterni pressoché irripetibili, come il crollo del prezzo del greggio, la politica monetaria espansiva non convenzionale di Mario Draghi e una politica fiscale finalmente neutrale o lievemente espansiva a livello di Eurozona. Ma il 2015 proietta anche ombre lunghe sul futuro: alcune frutto delle debolezze dell’economia globale, altre più specifiche al sistema-paese Italia, alle sue tradizionali vulnerabilità e alla definitiva emersione di aree di crisi strutturale per molti anni occultate, come quella del carico di sofferenze bancarie accumulate in lunghi anni di crisi ma anche per pessime politiche di erogazione di credito da parte di banchieri spesso calati nel ruolo di faccendieri.

In politica fiscale Renzi ha deciso la svolta con la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, rivendicando flessibilità aggiuntiva ed andando a prendersi un aumento del deficit strutturale nello stesso momento in cui la congiuntura pareva dare segni di accelerazione. Il motivo di questa scelta non è chiarissimo. Le motivazioni ufficiali e “tecnocratiche”, fornite da Pier Carlo Padoan, sono quelle manieristicamente keynesiane del sostegno alla ripresa a fronte del proliferare di aree di incertezza sullo scacchiere economico mondiale, ma appaiono assai poco convincenti.

Molto più verosimile che Renzi, accortosi che riformare logora chi tenta di farlo, soprattutto in un paese come l’Italia, la cui opinione pubblica mantiene una preoccupante tendenza a credere alle fiabe che le vengono narrate dalla politica, abbia quindi deciso di rinviare l’azione di riqualificazione della spesa pubblica, rimettendo nel cassetto il libro della spending review e optando per un banale deficit spending, accompagnando questa assai vetusta e rischiosa ricetta di governo a una comunicazione di ottimismo forsennato e a tratti lisergico.

Sarà un caso ma Renzi è divenuto progressivamente più incline a fare deficit e ad assumere un atteggiamento di confronto dialettico anche aspro con l’Unione europea (tradizionale capro espiatorio della politica italiana) al moltiplicarsi dei sondaggi che indicavano il crescente rischio di sorpasso del Pd per opera del M5S, altra nota centrale di spaccio di sogni in un Paese stressato e che proprio non riesce ad imparare dai propri ruvidi risvegli. La Renzinomics veicola un messaggio tanto semplice quanto rozzo: siate sereni e spendete. Per Renzi, ogni aumento del tasso di risparmio è quindi da combattere in quanto spia di paura e dell’azione di sabotaggio di gufi disfattisti.

A conferma di questa visione, il premier si è spinto ad affermare che gli italiani avrebbero “nascosto i risparmi in banca”, manco si trattasse di un nuovo tipo di materasso. Parliamo dello stesso Renzi che lo scorso anno ha colpito i risparmiatori col 26 per cento di aliquota sulle “rendite finanziarie pure, mentre manteneva invariata al 12,5 per cento la tassazione di titoli di Stato e risparmio postale, con evidente discriminazione a danno del settore privato dell’economia. Nella predicazione renziana il deficit ha cessato di essere un problema: conta la rassicurazione che “comunque siamo sotto il 3 per cento di Maastricht”: come se fosse l’unico parametro e come se non stessimo comunque producendo nuovo debito. Il problema non è l’eventuale aumento del deficit, che tuttavia dovrebbe avvenire in modo anticiclico, quindi opposto a quanto sta facendo Renzi oggi: il problema è che il deficit aggiuntivo deve avere un ampio impatto positivo sulla crescita, affinché il gioco valga la candela. Invece, abbiamo miliardi immolati a sussidi per contratti di lavoro che sarebbero stati comunque attivati, al netto delle stabilizzazioni di quelli a tempo determinato, ed abbiamo l’iniqua e inefficiente eliminazione della tassazione sulla prima casa presentata come rivoluzionario catalizzatore di fiducia (e quindi di consumi) a un paese di proprietari della casa di abitazione.

Questi sono solo due esempi di spesa pubblica di qualità scadente e dall’elevato costo opportunità, destinati ad ingessare il bilancio pubblico, che vanno ad aggiungersi ai dieci miliardi annui del bonus da 80 euro, sulle cui virtù taumaturgiche di stimolo ai consumi il dibattito è ancora in corso. Renzi pare essere riuscito ad “anestetizzare” i timori degli italiani per il deficit presentandosi come il “grande neutralizzatore” delle temute clausole di salvaguardia, che egli stesso l’anno scorso ha creato in quantità industriale. Sfortunatamente, tali clausole sono solo state spinte più in là, al prossimo anno, con un tratto di penna.

Allo stesso modo, il governo presenta come fatto compiuto e pietra miliare la flessione del rapporto debito-Pil prevista per il 2016 che in realtà è tutta da raggiungere, e che è subordinata al conseguimento di una crescita del Pil nominale che oggi appare tutt’altro che scontata. Ma la vera minaccia al futuro del Paese verrà dalla gestione di eventuali nuovi dissesti bancari e dalla mina innescata dei crediti in sofferenza. Il consolidamento del settore del credito cooperativo, deciso da Renzi, servirà anche e soprattutto a quello ma i miracoli non esistono ed il reale e realistico valore di recupero delle sofferenze, al di là di quanto scritto nei bilanci, appare la maggiore incognita per la stabilità finanziaria del Paese, soprattutto se lo scenario di crescita attesa dovesse svanire.

Da il Fatto Quotidiano di mercoledì 30 dicembre 2015