La Rai ha seri problemi con i talent. E questo si sa. The Voice è, almeno fino al momento, un tentativo miseramente fallito. Per non parlare di Forte Forte Forte di Raffaella Carrà, uno dei programmi più brutti visti in tv negli ultimi anni. E allora si comprende Sanremo Giovani, andato in onda venerdì sera su RaiUno, con Carlo Conti e i sei membri della commissione che hanno selezionato i dodici finalisti su oltre 600 partecipanti. Il pretesto era scegliere gli otto ragazzi che parteciperanno al prossimo Festival di Sanremo nella categoria giovani, appunto, ma Conti ha deciso di trasformare il tutto in una sorta di talent una tantum, provando a trasportare la vecchia Rai nel XXI secolo televisivo, con qualche anno di ritardo.

L’intento informale e “giovane” era evidente fin dalla disposizione della scenografia e persino del conduttore. Carlo Conti sedeva dietro il tavolo della giuria, con rare incursioni sul palco. Il meccanismo era abbastanza semplice: quattro manche da tre concorrenti ciascuna, con i giurati (Piero Chiambretti, Giovanni Allevi, Rosita Celentano, Federico Russo, Carolina Di Domenico e Andrea Delogu) chiamati a eliminarne uno. Gli otto superstiti sarebbero poi diventati sei, visto che due posti erano destinati ad Area Sanremo (Miele e Mahmood).

Alla fine di una serata troppo lunga (mezzanotte superata abbondantemente), la commissione ha finalmente scelto i concorrenti (Ermal Meta, Michael Leonardi, Chiara Dello Iacovo, Irama, Cecile e Francesoc Gabbani), provocando nello spettatore un misto di sollievo e frustrazione.

Veniva quasi da piangere, alla fine della serata, per essere riusciti a sopravvivere a un programma televisivo noioso assai, troppo legnoso, che ha fallito l’intento ringiovanente di Sua Maestà Carlo Conti (la risposta della Rai a Maria De Filippi in termini di potere televisivo). Il motivo di una serata non riuscita è presto detto: Carlo Conti, che è bravissimo a fare il suo, a conquistare il pubblico che naturalmente gli appartiene (quello classico della Rai, fatto di signori attempati e famigliole del Mulino Bianco), ma non è assolutamente adatto ai talent show.

Il talent per sua natura deve rompere le regole classiche della televisione, deve scomporre e ricomporre le varie parti fregandosene delle vecchie “scalette” da varietà. Il talent show ha un linguaggio diverso da quello di Carlo Conti, e ieri sera pare se ne siano accorti anche i telespettatori, visto che l’Auditel ha fatto segnare un misero 11,91% di share, con 2,5 milioni di ascoltatori.

Non si può saper fare tutto. Forse fino a ieri sera Carlo Conti non lo sapeva, ma adesso sì, lo sa eccome, e la speranza è che non gli venga in mente di nuovo di sconfinare in campi che non gli appartengono. È un crooner della tv, il buon Conti, e non c’è nulla di male in questo: Michael Bublé (scomodare Sinatra o Bennett ci sembra eccessivo) non si mette a cantare le canzoni dei Kiss o dei Black Sabbath.
L’appuntamento adesso è per i primi di febbraio, quando Conti farà da gran sacerdote di quel rito collettivo che è il Festival di Sanremo. E lì, ne siamo certi, darà il meglio di sé. Perché è quello il suo mondo, il suo habitat naturale. Per il resto, c’è già Cattelan. Per fortuna.