parigi fiori 675

“Tutto bene? I tuoi bene? I figli? Gli amici?” L’hashtag di questa settimana parigina potrebbe essere Stai bene? Tutti chiedevano notizie, si cercava così di rassicurasi l’un l’altro. Dopo un week-end attonito in cui regnava un inquieto silenzio, la città ha poi ripreso il suo ritmo con lo strano calore degli stati di urgenza, in cui la gente si sente più generosa, più disposta a condividere e ad ascoltare gli altri. Poi, mercoledì mattina, la città si è paralizzata di nuovo: l’attacco al commando di St. Denis ha fatto risalire la paura: le mamme ansiose scortavano i figli in giro per la città, gli studenti mi mandavano sms dicendo che non se la sentivano di uscire di casa.

La notizia della morte di Abdelhamid Abaaoud, la cosiddetta “mente” degli attentati – anche se fa effetto parlare di mente nel caso di un ragazzotto di 28 anni ignorante, esaltato e pieno di scemenze in testa – non ha dato nessun sollievo alla città, come era stato invece nel caso della notizia della morte dei fratelli Kouachi, autori dell’attentato contro Charlie Hebdo, il 9 gennaio scorso.

L’atmosfera è in effetti estremamente diversa da quella di inizio anno. Si parla poco di “valori sacri” dell’Occidente, come la libertà di espressione, prima vittima simbolica di quell’attacco. La grande manifestazione che seguì quegli attentati serviva proprio a rinforzare e ribadire i nostri valori sacri, ossia quei valori “protetti” che ogni cultura ha e sulla quale non è disposta a negoziare.

Questa volta no. La paura prevale sulla rivendicazione morale. Come diceva lo scrittore algerino Boualem Sansal questa mattina alla radio: “La paura rende grigi”, rende meno luminosi i nostri valori, i discorsi si fanno confusi, i limiti tra ciò che è legittimo difendere costi quel che costi e ciò che siamo costretti a fare controvoglia (come la guerra) si fanno meno nitidi. La paura non è un buon consigliere per definire una società: mette in contraddizione i nostri valori, ci fa diventare timorati, ci intimidisce.

Oggi si ha paura di dire a voce alta cose evidenti, come l’importanza di accogliere al meglio gli immigrati che scappano disperati da paesi in guerra. Perché si ha paura. Oggi i discorsi del Front National, che solo un anno fa parevano insopportabile propaganda di estrema destra, sembrano di colpo ragionevoli e passano al telegiornale e nei dibattiti tivù senza fare una grinza, né creare reazioni scandalizzate.

La paura ingrigisce le società, toglie l’aura a quegli stessi valori di libertà e giustizia per i quali siamo stati attaccati. Ci rassicuriamo l’un l’altro sul nostro stato di salute, ma la vita non è un valore sacro: è vita e basta. Non andiamo in piazza per difendere il diritto di vivere, non avrebbe senso, e poi in questi giorni in piazza non ci si può più nemmeno andare, mentre siamo andati in piazza a difendere il valore luminoso della libertà di espressione meno di un anno fa. Anche perché la battaglia contro il terrorismo è in corso e non sappiamo dove colpirà la prossima volta.

Combattere il terrorismo è chiaramente una priorità militare, economica e sociale. Le sacche di miseria umana, economica e culturale che circondano le capitali europee vanno gestite con modalità nuove, così come i vuoti di potere creati da guerre e rivoluzioni in corso in Medio-Oriente. Le alleanze occidentali vanno ripensate e forse l’unico segno ottimista dopo queste tragedie è vedere le potenze occidentali più disponibili a negoziare le une con le altre, pronte a fare concessioni.

Ma noi cittadini dobbiamo vivere la nostra vita rispettando chi siamo. Non dobbiamo pensare che è arrivato il giorno della resa dei conti e che i valori delle democrazie liberali non sono più compatibili con la sicurezza delle nostre società. Per la libertà si può essere disposti a rischiare molto, perché è la libertà in primo luogo che ci definisce e definisce le nostre società. La libertà di parlare, di vivere, di pregare come ognuno vuole, di essere atei, di essere donne degne al pari degli uomini, di assumere la propria vita.

C’era una filosofia che la pensava così, proprio in Francia, nei caffè di St. Germain, nei quali oggi abbiamo paura di attardarci per un aperitivo o una sigaretta. Erano gli esistenzialisti, i Sartre e i Camus che dicevano che il senso della vita non ce lo dà nessun valore, sacro o non sacro, ma solo le nostre azioni, quando queste azioni sono libere.