Non sono migranti per natura. Sono nomadi per cause di forza maggiore (…) Basta andare negli accampamenti abusivi, dove le famiglie vivono sulla nuda terra e non hanno casa né letti né equipaggiamenti (…) per capire che questa nuova razza è venuta per restare e che occorre prestarle attenzione. Bisogna capire che con questa nuova razza i vecchi metodi della repressione, delle paghe da fame, della prigione, delle botte e delle intimidazioni non funzioneranno.

Nel 1936 il San Francisco News aveva proposto a John Steinbeck di scrivere una serie di articoli dedicati alla condizione dei lavoratori delle grandi piantagioni di frutta e cotone della California rurale per far conoscere al mondo la situazione delle baraccopoli di Hooverville e Little Oklahoma durante la Grande Depressione. Il lavoro finale venne poi raccolto in questo breve saggio-reportage: I nomadi (pubblicato in Italia da Il Saggiatore, traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, con la postfazione di Cinzia Scarpino e un’appendice fotografica di Dorothea Lange).

Il migrante è sempre parzialmente disoccupato. La natura della sua occupazione rende il suo lavoro stagionale e al tempo stesso lo priva delle qualifiche necessarie per i sussidi. In genere, il primo requisito per riceverli è la residenza. Ma per il migrante è impossibile ottenerla. Deve spostarsi per il paese. Non può fermarsi abbastanza a lungo da stabilire la residenza, altrimenti muore di fame. Scopre quindi, la momento della richiesta, di non poter essere inserito nelle liste per i sussidi. Ed essendo ignorante, a quel punto si arrende.

Si tratta di un lavoro pregevole che anticipa tutte le tematiche sociali dello Steinbeck più maturo, da Pian della Tortilla a Furore (tra l’altro dedicato a Tom Collins, il responsabile di un campo di lavoro federale per migranti nella Central Valley californiana, che era stato l’accompagnatore dello scrittore durante le sue visite alle baraccopoli descritte in questo testo). Sono articoli non solo descrittivi ma che contengono osservazioni di carattere socioculturale sulla vita dei “nuovi” migranti, non più stranieri venuti d’oltreoceano ma americani del Midwest, osservazioni utili per capire la profonda disperazione di questi sradicati e fare il quadro della nuova situazione demografica californiana.

Le loro terre sono devastate e non potranno tornarvi mai più. A migliaia stanno attraversando le frontiere a bordo di auto vecchie e sgangherate, sono bisognosi, affamati e senza una casa, pronti ad accettare una paga qualunque pur di mangiare e nutrire i propri figli (…) Di solito arrivano dopo aver speso tutti i soldi per il viaggio, al punto di vendere, durante il tragitto, coperte, utensili e i loro attrezzi da quattro soldi per comprare la benzina. Arrivano frastornati e abbattuti, in genere mezzi morti di fame, e hanno una sola necessità da soddisfare immediatamente, quella di trovare un lavoro con una paga qualunque per dare da mangiare alla famiglia.

Quelli descritti da Steinbeck non sono più i “poetici” hobos, vagabondi soli, senza famiglia, figure quasi epiche utili per la costruzione del mito del viaggio, non sono più la vecchia manodopera cinese, giapponese, filippina e dell’Europa mediterranea. È un’ondata migratoria interna di migliaia e migliaia di ceti famigliari. I cosidetti okies, americani di antico lignaggio, meno propensi ad aderire ai sindacati e a combattere battaglie politiche per la salvaguardia dei propri diritti in quanto già cittadini statunitensi.

La forza del libro credo stia, al di là della pregevole e secca prosa di Steinbeck, nell’attualità dei temi descritti. Basta cambiare le coordinate geografiche per rivedere problematiche che tutti i giorni quotidiani, televisione e social network ci propongono senza interruzione, dimostrandoci quanto i problemi che affliggono la nostra umanità siano molto più vecchi di quanto potremmo credere.

Siede per terra sotto il sole, davanti alla casa, e i moscerini della frutta gli ronzano intorno e si posano sui suoi occhi chiusi, e gli si arrampicano nel naso finché lui non li scaccia a fatica. Cercano di posarsi sulle cispe agli angoli degli occhi. Le reazioni del bambino sembrano quelle di un bimbo molto più piccolo. Il primo anno ha avuto un po’ di latte, ma da allora non ne ha più ricevuto. Morirà tra pochissimo tempo.