Denis Verdini si è definito, davanti ai giudici di un ennnesimo processo che lo vede imputato, un “facilitatore”. Quale migliore pubblicità – involontaria s’intende – per un libro uscito negli stessi giorni e che mette sotto forma di romanzo-verità il sistema della corruzione in Italia e la natura dei personaggi che lo animano? Politici, boiardi, burocrati, imprenditori, professionisti, giudici… In “Il Facilitatore” (Feltrinelli, 221 pagine, 18 euro), il giornalista del Corriere della Sera Sergio Rizzo racconta storie prese da “episodi accaduti o circostanze reali”, ma attraverso “personaggi immaginari”. Così il cronista guadagna qualche grado di libertà nel raccontare anche gli assolti, i prescritti, gli archiviati, i patteggiati, i neoindagati e quelli che “aspettiamo il terzo grado di giudizio”. Mettendo sul piatto la propria autonoma valutazione sulla veridicità o la verosimiglianza di fatti non sanzionati dalla magistratura. Senza contare che la formula scelta consente di inserire episodi si conoscenza diretta, ma non documentabili in un articolo o in un libro inchiesta. E così il sistema può essere descritto in modo più compiuto.

Forse vi dirà qualcosa la storia di un giornalista che viene in contatto con politici e potenti del giro delle grandi aziende pubbliche, si iscrive alla loggia P2 e diventa il perno di affari e tangenti ad altissimo livello. Nel libro si chiama Adolfo Ramelli ed è appunto il “facilitatore” protagonista della storia. Il suo capitale sono le relazioni con ministri, alti papaveri, costruttori, finanzieri. Il suo lavoro è metterli in rete per spartire appalti, incarichi, nomine. E’ ormai avanti con gli anni, ha attraversato Tangentopoli e guarda dall’alto in basso i nuovi faccendieri senza stile che si affacciano in una vicenda che ricorda maledettamente Mafia capitale. E quando arriva il conto – il citofono squilla all’alba, l’avvocato gli ha già spiegato le technicality della custodia cautelare e il ventaglio di scappatoie processuali – non pare avere cedimenti neppure davanti alla madre novantenne, simbolo dell’Italia che a fatica conserva le mani pulite e non smette di indignarsi di fronte alle ruberie. Da un lato la mazzetta è “come una droga” e la vergogna “passa subito”; dall’altro “siamo italiani mamma, non tedeschi, guardiamo in faccia le realtà”. E poi, si autogiustifca il tangentista, non è anche questo un sistema che produce lavoro e aumenta il Pil?

Con i suoi articoli sul Corriere, Rizzo racconta soprattutto quella Tangentopoli perfettamente legalizzata che si annida nei poltronifici pubblici, nei fondi spese dei partiti, nei gettoni di presenza, nelle nomine, negli scambi di favori delle cricche, nei vitalizi, nei privilegi, nelle storture di leggi e regolamenti. Con Gian Antonio Stella ha avuto il merito di sintetizzare in una sola parola il sistema post Mani pulite: “La Casta”, best seller pubblicato nel 2007 con Rizzoli. In “Il Facilitatore” propone una nuova sintesi dell’oggi: all’epoca di Mani pulite i partiti prendevano tangenti per finanziare l’attività politica, oggi l’attività politica è – non per tutti naturalmente – il mezzo per arrivare alle tangenti.

LA FRASE. “Prima la corruzione era funzionale alla politica, adesso era la politica a essere funzionale alla corruzione”.