“Rivedere qui i miei lavori è un’emozione, una forte emozione”. Lo va ripetendo a più riprese sul ponte d’accesso, un tempo ponte levatoio della rocca che sorge su colle Pancrazio, a Cosenza, cui misero mano Ruggero d’Altavilla e Federico II di Svevia, stupor mundi. Lui è Giuseppe Gallo, uno degli artisti contemporanei più noti e internazionalmente apprezzati. Le sue opere hanno portato il genio calabrese in giro per il mondo: dal MoMa di New York al Mumok di Vienna, dalla Gam di Torino al Mart di Rovereto, dalla Biennale di Parigi a quella di Venezia, dall’Akira Ikeda di Tokyo al Palazzo delle esposizioni di Roma, in una rassegna che lo accomunava al genio british di Antony Gormley. Eppure tornare a casa ha un altro sapore benché, tra il divertito e il meravigliato, ti confessa: “Più di tutti, sono gli americani quelli interessati alla mia calabresità”. Ci torna Gallo, nei suoi luoghi d’origine, in quel sito: il Castello normanno-svevo che rivive oggi come contenitore culturale, cui è emotivamente legato perché da bambino apparteneva alla sua quotidianità, al suo immaginario di studente che andando a scuola ci s’imbatteva. Quando dici il genius loci. Ci torna, con una personale antologica dal titolo: Una notte ho provato a uccidere un sogno. Da allora non mi sono più svegliato.

Scultore, poeta, pittore, disegnatore nativo del Savuto: di Rogliano, ad un passo dalle dolci colline cosentine di Donnici, Giuseppe Gallo debutta negli anni 70 col collettivo la Stanza; negli anni 80 contribuirà a costituire il Gruppo di San Lorenzo all’ex Pastificio Cerere, dove stabilirà il suo studio. La sua pittura subisce il fascino dell’all-over, tecnica che rese celebri Jackson Pollock e Larry Poons. Un’action painting da espressionismo astratto per un artista composito con quotazioni da capogiro, a testimonianza che la contemporanea crisi globale sembra aver scalfito poco il mercato dell’arte. Una volta tanto Wall Strett cede il passo alla creatività.

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La mostra di Cosenza mette insieme, in uno spazio di fruizione unico nel suo genere, diverse forme artistiche. Una scultura, che figurava nel 2009 nella Basilica di Santa Maria degli Angeli in una mostra dedicata a Galileo, posizionata all’esterno sul terrazzo del Rivellino, dà il benvenuto al visitatore. 7 gambe bronzee adagiate su un piano inclinato rendono omaggio all’invenzione galileiana che aprirà la strada agli studi sulle forze gravitazionali, le “correnti gravitazionali” di Franco Battiato.

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All’interno, nella sala gotica del Ricevimento, 12 sedie comperate dal Mart di Rovereto riproducono le gambe degli alberi e rinviano al bosco, alla natura, con un insolito movimento che mira a riprodurre il vento mentre nell’attigua Sala della Regina campeggiano maschere apotropaiche, tra cui una di Eduardo. Nel grande cortile esterno lungo il Corridoio angioino il colpo di scena da un’idea nata negli anni 80 sui filosofi: 12 imponenti statue, ognuna rappresentante un pensiero. Una moltitudine pensante. E se provi a chiedergli a chi s’è ispirato risponde: “Campanella, Giordano Bruno, Telesio, i naturalisti meridionali mi hanno sempre affascinato forse perché ho partecipato con mio padre al restauro della Cattolica di Stilo”.

Già, perché il rapporto con l’arte è come mediato in nome del padre, restauratore e apicultore per passione. “Col tempo le loro gambe sono diventate quelle d’un fauno: m’interessava riprodurre la concentrazione, posizione tipica dei ballerini, che è pensiero puro giacché il pensatore la parte animale se la lascia sempre, in fondo se ci pensi bene finanche il poeta non è mai super colto”. Al piano superiore 12 straordinari bastoni accompagnati da testi d’autocritica perché “spesso noi pittori parliamo solo di aste, gallerie… un tempo si parlava d’altro” e sospeso un cucchiaio bronzeo già esposto a New York e Los Angeles, con la differenza che ora è come se avesse trovato un suo equilibrio perfetto: “In altri posti sbilanciava, non qui”, quasi fosse il suo, di posto. E se volgi lo sguardo scorgi le luci della città. Infine, nella sala del Trono, tele appartenenti a periodi diversi con delle tempere esposte per la prima volta.

Un talento geniale tutto calabrese, da riscatto d’una terra che dovrebbe ripartire dalle sue intelligenze. In mostra a Cosenza dal 31 ottobre 2015 al 7 gennaio 2016. Un buon pretesto e un ottimo invito al viaggio per chi volesse visitare la città di Telesio.