La Procura di Bologna ha chiesto l’assoluzione per il deputato Pd Matteo Richetti nell’inchiesta sulle spese e i rimborsi dei consiglieri regionali tra il 2010 e il 2011. Chiesta anche la condanna per altri due consiglieri e il rinvio a giudizio per altri 13. Il giudice dovrebbe decidere su tutto entro novembre. La richiesta delle pm Morena Plazzi e Antonella Scandellari è arrivata durante l’udienza preliminare per i 16 membri del Partito democratico nella passata legislatura, tutti imputati per peculato. Richetti aveva chiesto di essere giudicato con il rito abbreviato. “In attesa della conferma del giudice, è l’epilogo che ci aspettavamo”, ha detto Richetti all’uscita dall’aula. “Fin dall’inizio ho cercato di precisare che non era mai stato commesso alcun reato. L’utilizzo delle spese era congruo e legittimo. La stessa Pm lo ha riconosciuto voce per voce. Per me è una grande soddisfazione”. A settembre 2014 Richetti, appresa la notizia dell’indagine, si ritirò dalla corsa per le primarie da governatore Pd. L’altro concorrente per le primarie, Stefano Bonaccini, anche lui indagato nella stessa inchiesta sulle spese dei consiglieri, fu invece scagionato da ogni accusa prima della fine dell’indagine. Nel novembre 2014 Bonaccini ha poi vinto le elezioni ed è diventato governatore

All’epoca dei fatti contestati Richetti, difeso dagli avvocati Gino Bottiglioni e Grazia Volo, era presidente del consiglio regionale. Le pm – che hanno indagato coordinate dal procuratore aggiunto Valter Giovannini – gli contestavano di avere chiesto rimborsi per spese non inerenti al suo mandato per circa 5mila euro. In particolare all’allora presidente del consiglio regionale venivano contestate alcune cene in un ristorante di Modena, dove tuttavia pare che Richetti abbia sempre partecipato con uomini della politica e per scopi politici, e mai per fini privati, o con persone della sua sfera privata. Inoltre le pm contestavano a Richetti anche la partecipazione a Riva del Garda (con relative spese di albergo) a due convegni di “VeDrò”, l’area Pd che faceva capo a Enrico Letta, dove fu ufficialmente invitato come presidente dell’assemblea legislativa. Anche su questa vicenda le pm hanno ritenuto di assolvere il parlamentare modenese.

Sempre in rito abbreviato chiesti invece un anno e quattro mesi di reclusione per Marco Barbieri (9mila euro la cifra totale contestata), e Anna Pariani (7mila euro). A Barbieri viene contestata dalle pm, tra le altre, una spesa di 3mila euro, che secondo l’accusa sarebbero stati spesi per una festa dopo la nomina a consigliere regionale. Ma per la difesa, rappresentata dall’avvocato Salvatore Tesoriero, quello fu un incontro politico con i sostenitori, ma anche con decine di amministratori pubblici con cui Barbieri avrebbe dovuto confrontarsi durante il suo mandato. Insomma, secondo il legale, non ci fu alcuna spesa privata.

Tra le contestazioni a Pariani ci sarebbe invece un fine settimana a l’Aquila, in occasione di una manifestazione politica Pd (in cui si parlava dei problemi relativi al terremoto) considerata dalle pm non inerente al mandato di consigliere dell’Emilia Romagna. Furono messe a rimborso, a spese del gruppo Pd in Regione, spese di albergo e ristorante relative anche a un parlamentare Pd, Massimo Marchignoli, con il quale all’epoca dei fatti la consigliera Pariani aveva una relazione sentimentale. “Parliamo di una cifra di 85 euro in totale”, spiega Paolo Trombetti, legale di Pariani. “Abbiamo comunque dimostrato che tutte le altre spese contestate erano giustificate dal ruolo istituzionale. Sull’Aquila, attraverso le nostre investigazioni difensive, dimostreremo che a margine della manifestazione Pd, negli stessi giorni, ci fu anche un incontro politico-istituzionale a cui sia Pariani sia Marchignoli furono invitati. E furono invitati in base al loro ruolo in Regione e in Parlamento”.

Durante l’udienza preliminare c’è stato anche un piccolo colpo di scena. L’avvocato Luca Moser, difensore di Mario Mazzotti, ha prodotto un documento, risalente al 9 giugno 2010, che non era mai stato rinvenuto dalla Guardia di Finanza nella lunga inchiesta iniziata nel 2012 e a cui nessuno dei testimoni o degli imputati aveva mai fatto riferimento. Il documento, a firma dell’allora capogruppo Pd Marco Monari (anche lui oggi imputato), dettava le linee di come si sarebbero dovuti spendere i fondi messi a disposizione dei gruppi per pranzi, iniziative politiche, spese di rappresentanza, noleggio auto e così via.