Ungheria, la marcia dei profughi: a piedi da Budapest a Vienna

Vivendo negli Usa, dove vige la normativa dello “Ius soli”, mi trovo in una posizione privilegiata per vedere direttamente all’opera la legge di concessione della cittadinanza a chiunque nasca sul suolo degli Stati Uniti, ma anche dei problemi che comporta soprattutto quando i flussi di immigrazione sono elevati.

La principale differenza legislativa sta appunto nel fatto che, mentre nelle normative sullo “Ius soli” la cittadinanza viene riconosciuta automaticamente per diritto di nascita, le normative dello “Ius Sanguinis” accordano invece la cittadinanza per diritto di sangue. Bisogna cioè nascere da genitori di quella nazionalità per acquisirne automaticamente la cittadinanza, indipendentemente dal luogo dove si nasce.

Come è risaputo, negli Stati Uniti d’America il fenomeno dell’immigrazione è da sempre stato altissimo e, anche se in certi periodi si è avuta prevalenza di alcune popolazioni che in quel periodo sbarcavano sul suolo americano in cerca di fortuna (irlandesi, italiani, cinesi ecc., per non contare la truce immigrazione forzata degli schiavi africani prima della guerra civile tra nord e sud) si è venuta a creare di fatto una nazione molto eterogenea quanto a razze presenti. Nell’ultimo secolo la prevalenza dell’immigrazione dall’America Centrale e Meridionale ha spostato in modo determinante, oggi, il rapporto della popolazione americana, che vede attualmente la maggioranza bianca “caucasica” (carnagione bianca e provenienza europea o anglo-sassone) cedere lentamente il primato a quella “latina” (popoli centro-sud americani).

Tutta questa invasione di razze diverse ha generato di fatto l’assenza, negli Usa, di una popolazione originaria avente razza e consuetudini omogenee. Il che ha creato però, e crea tuttora, parecchie tensioni di carattere razziale, soprattutto tra bianchi e neri, benché severissime normative siano state nel frattempo emanate allo scopo di punire le discriminazioni.

Ogni immigrato, di qualunque provenienza, rimane sempre legato alla storia della sua nazione e alle sue tradizioni, anche per diverse generazioni, nonostante gli sforzi che lui stesso fa per cercare di integrarsi. E’ noto il fenomeno della crisi di “rigetto” della seconda e terza generazione di immigrati, che cercano quasi disperatamente di conoscere le proprie origini culturali, dopo che gli immigrati di prima generazione hanno invece fatto di tutto per cancellarle al fine di integrarsi più in fretta nella nuova patria.

Se nella nazione di accoglienza è assente una originaria cultura dominante questa viene in parte sostituita (come negli Usa) da un orgoglio di tipo nazionalistico-militare e diventa ancor più difficile pervenire ad una integrazione di tipo socio-culturale.

Se gli Stati Uniti, benché popolati da una fortissima immigrazione fin dall’origine, non sono riusciti a creare una vera integrazione in due secoli di storia, sarebbe del tutto velleitario pensare che possa farlo l’Europa, che è ancora oggi caratterizzata invece da forti nazionalismi culturali di cui ogni popolo è giustamente geloso.

Essendo, come è ben visibile nell’immigrazione americana, non completamente superabile il radicamento della cultura originaria, nonostante gli sforzi normativi verso l’integrazione, sarebbe quindi assurdo cercare di copiare un sistema che non funziona.

La vera integrazione si ottiene solo facendo in modo che la matrice culturale della nazione ospite possa presto prevalere per la maggiore modernità e migliore qualità su quella dei nuovi arrivati, non per imporre delle regole ma per convincere con l’esempio (come avviene oggi per le conversioni religiose).

Se non si ha la convinzione di proporre, attraverso l’accoglienza, una proposta di vita migliore per l’immigrato, non solo sul piano economico ma anche sul piano culturale, il rischio è che, rispettando troppo le sue personali convinzioni, sia lui a sperare di convertire noi, convinzione che è durissima da superare anche dopo diverse generazioni.

Persino negli Usa non sono pochi i politici che vorrrebbero cambiare e passare allo “Ius Sanguinis” o almeno a normativa molto più severa sulla concessione della cittadinanza.

Sarebbe perciò assurdo per l’Italia modificare proprio adesso la normativa sull’immigrazione applicando la “Ius Soli” che, favorendo il radicamento di culture diverse sul nostro territorio, renderebbe di fatto molto più difficile la vera integrazione.

Dallas, Texas