Nevìne è schizzata in avanti con la macchina, guidando solo con la sinistra e sollevando polvere tutt’intorno, evidentemente deve aver allungato anche la mano destra per afferrare il volante che mi sta dietro. La vettura di lusso ora sfreccia a folle velocità e mi ritrovo sdraiato su Nevìne, che a fatica cerca di guardare la strada attraverso di me e, dietro di noi, la camionetta della polizia che ci sta alle calcagna. L’auto sbanda a destra e a manca nel tentativo di evitare una macchina che rischiavamo di tamponare, così vengo sballottato contro il fianco destro della vettura, poi sbatto dolorosamente contro il cambio e mi ritrovo scaraventato sul sedile del passeggero. Le mie gambe non sono più tra quelle di Nevìne, il che sembra averla estremamente infastidita perché si è infuriata ancora di più e sta pestando sull’acceleratore come un’isterica. Ho ancora gli occhi fissi sul sedile, quando mi giunge all’orecchio il fragore violento di un colpo.

cani sciolti Muhammad AladdinUn romanzo breve che inizia direttamente dentro l’azione (una session di sesso in macchina tra un ragazzo della variegata società cairota e una giovane sposa che ha lasciato il marito a lavorare sul Golfo) e si chiude in modo aperto, lasciando mille possibilità al lettore. Un libro scoppiettante, ironico, cinico e ben scritto. Si tratta di Cani sciolti, del brillante autore emergente egiziano Muhammad Aladdin (pubblicato in Italia da Editrice Il Sirente all’interno della collana altriarabi, e tradotto mirabilmente da Barbara Benini).

Cani sciolti racconta in modo leggero, ma mai semplicistico, la vita quotidiana di Ahmed, occupato nella singolare professione di instancabile autore di racconti pornografici per un sito che lo paga tre dollari a storia e della cerchia dei suoi amici, il regista El-Loul, impegnato nei progetti più assurdi per sbarcare il lunario, tra cui la ripresa video della danza del ventre delle grassone, e Abdallah, tossicodipendente e fuori dal mondo, incapace di pensieri troppo razionali e concreti. Intorno a loro si muove Il Cairo, la megalopoli egiziana, città dai tanti contrasti, combattuta e divisa tra sacro e profano, amalgamata malamente, a volte violentemente, con lo spirito di chi il cambiamento sociale lo vorrebbe davvero e chi si accontenta di vivere all’ombra.

Quella di Ahmed e dei suoi compari è la generazione di piazza Tahir, quella della cacciata a Mubarak, dei picchiatori, dei Fratelli Musulmani, dei violentatori e dei martiri. La generazione che ha provato a cambiare l’Egitto o a mantenerlo uguale. La forza del romanzo è quella di evitare di raccontare i fatti storici per addentrarsi nella vita quotidiana di questi ragazzi, estrapolarne gusti, giudizi, passioni, esuberanze. Ne nasce un ritratto autentico e originale, che parte da un vero e proprio trattati sull’arte della pornografia e delle sue attrici più rappresentative in ambito mondiale, fino a tracciare usi e costumi della microcriminalità e del mondo sotterraneo dei junkies egiziani. Venditori di frattaglie, tassisti, zie che sopportano nipoti semi-disoccupati, matti di quartiere, danzatrici improvvisate, autisti di microbus: Il Cairo scorre pagina dopo pagina in una processione riuscitissima. Esemplare e indimenticabile il personaggio femminile di Nadìne che, seppur tratteggiato con poche linee narrative, descrive perfettamente la giovane borghese pronta ad affrontare il futuro, aperta alla via del sesso occasionale senza il timore di essere scambiata per ninfomane o scostumata dalla morale corrente.

Si avvicina in silenzio e si siede al mio fianco. Per un po’ ci guardiamo, poi, finalmente, accade quello intorno cui stavamo rigirando da ore, questa volta, però, facciamo tutto con calma, potendoci prendere il nostro tempo, senza l’affanno di dover fuggire, mezzi nudi, inseguiti da una camionetta della polizia. È come con le stelle del porno che stavo sognando poco fa – a parte il cerchio bluastro intorno al suo occhio destro – e vorrei proseguire all’infinito, ma l’abilità con cui Nevìne si muove, mi fa venire come il padrone che, con un fischio breve e acuto, richiama a sé il proprio cane addestrato. Quando l’abbraccio e lei mi appoggia la schiena al petto, non posso far altro che ripiombare nel più melenso cliché di quegli stupidissimi anni Ottanta: “Com’è che hai telefonato proprio a me, per chiedere aiuto?”. “Tra quelli che ho scaricato, sei l’unico che non mi è stato addosso.”