Sempre più spesso, oggigiorno, si sente parlare di ricerca in ambito artistico e musicale. Ricerca, sperimentazione e avanguardia sono termini sempre più abusati nell’ambito di arti visive e sonore. Un abuso che va a creare le giuste premesse per mistificazioni e confusioni d’ogni genere. Tutto è sperimentazione, tutto è ricerca, tutto è avanguardia, basta sia sui generis o un tantino bizzarro. Sfreghi uno spazzolino da denti sulle corde di un violino? Avanguardia! Usi due cdj per mettere su una qualsiasi pulsazione in quattro quarti con fruscio ambientale annesso? Sperimentale!

Potremmo continuare per ore citando casi, fittizi o reali, di pseudo-sperimentazioni o pseudo-ricerche musicali senza però andare al cuore della questione. Questione assai spinosa a dire il vero e che però, ridotta ai minimi termini nel breve spazio di un semplice articolo, necessita almeno di una buona premessa, qualche considerazione e un paio di esempi, storici e contemporanei. Premessa: la ricerca musicale, come qualsiasi altro genere di ricerca, è possibile solo quando si ha piena e profonda padronanza della materia e, dunque, della tradizione a essa sottesa, dalla quale ci si muove per approdare a nuove, possibili, frontiere. Il processo si evidenzia in tre step fondamentali: ricerca, sperimentazione, innovazione. La ricerca è cioè possibile, praticabile, attraverso la sperimentazione, in un percorso conoscitivo che può, in casi particolarmente fortunati, portare a un’innovazione del linguaggio, nel nostro caso musicale.

Il risultato, qualora positivo (quando cioè l’esperimento può dirsi riuscito) verrà infine indicato come avanguardia, ma perché tutto ciò sia possibile non si può prescindere in alcun modo dall’elemento tradizionale: è la conoscenza della tradizione, ovvero della materia che si intende approfondire, a dare la direzione, a orientare il ricercatore. Senza questa preliminare conoscenza (che, con buona pace dei ricercatori improvvisati, richiede anni di studio e analisi approfonditi) non si avranno altro che tentativi più o meno fortunati ma, appunto, decisamente affidati all’elemento della casualità. Il vero ricercatore è invece un navigatore esperto in cerca di nuove terre da scoprire, ma ben capace, grazie a una serie di pregresse e approfondite conoscenze di settore, di orientarsi anche qualora il mare sia in piena tempesta: “Una ricerca presuppone un obiettivo – spiega il critico musicale Federico CapitoniQuando si fa ricerca in musica quindi bisogna prima di tutto stabilire cosa si vuole trovare. Diciamo che il principio di base deve restare lonestà”.

Esempio storico per eccellenza è ovviamente quello dei ‘ferienkurse’ di Darmstadt, corsi estivi di composizione, esecuzione e analisi musicale a cui parteciparono, tra gli altri e a vario titolo, musicisti del calibro di Karlheinz Stockhausen, Luciano Berio, Luigi Nono, Iannis Xenakis, Pierre Boulez, John Cage e tanti altri, tutti accomunati da pregressi studi musicali di ampio respiro, tali cioè da renderli perfettamente padroni della materia e capaci, dunque, di muoversi e andare al di là del già noto. Passando invece al presente musicale “in Italia – spiega sempre Capitoni – un buon lavoro è svolto dal Crm (Centro ricerche musicali) dove si inventano nuovi strumenti e si fanno progressi su produzione, gestione ed elaborazione del suono. Sono percorsi interessantissimi che però a volte – nel concentrarsi sulla ricerca – si dimenticano della musica e della sua fruibilità. In Francia lIrcam ha fatto più danni che altro, sfornando musicisti tutti uguali che sembrano più scienziati che artisti”. A ben vedere però, e con buona pace per etichette e gruppi di vario genere, ogni grande innovatore nella storia della musica è stato, senza nemmeno dirlo, senza neanche pensarlo, innanzitutto un ricercatore: ogni passo in avanti nella storia musicale è dovuto all’instancabile opera di singoli individui che, perfettamente consci delle premesse storico-musicali dalle quali prendevano le mosse, hanno portato avanti il discorso linguistico innovando e inventando nuove vie nell’arte del suono.

A ben vedere, non esiste in ambito artistico la medesima considerazione che si riserva a diversi altri settori di studio o scientifico-disciplinari. Chiunque può, nelle arti, improvvisarsi ricercatore senza la sia pur minima conoscenza del terreno sul quale ci si muove perché, senza neanche farne tanto mistero, dell’arte in Italia e al popolo italico del fantacalcio, frega veramente poco. L’italiano è un grande appassionato d’arte solo quando c’è da ricordare ai “cattivoni tedeschi” o agli “ignoranti americani” chi siamo stati e quale ruolo abbiamo avuto nella storia delle arti, visive e sonore. Per il resto, tutto crolla e passa nel dimenticatoio, mentre nel frattempo chiunque può auto-assegnarsi etichette di vario genere per meglio piazzare se stesso e i propri prodotti sul mercato dell’ignoranza. In conclusione, come dice bene Capitoni: “La ricerca musicale deve servire alla musica stessa e quindi a chi la fruisce, non al successo di chi la fa”.