“La detassazione della prima casa costituisce una forzatura: le prime case non sono tutte uguali, c’è la casa popolare e la grande villa“. In più, “la condizione economica degli affittuari è (spesso) peggiore di quella di chi è proprietario della casa di abitazione” e “i giovani hanno meno prime casa in proprietà rispetto agli anziani”. Di conseguenza cancellare con un colpo di spugna Tasi e Imu sull’abitazione principale, come ha promesso il premier Matteo Renzi, significa favorire i contribuenti più ricchi. E’ da queste premesse che prende le mosse la proposta alternativa del centro studi Nens, creatura dell’ex ministro delle Finanze Vincenzo Visco e dell’ex premier e segretario del Pd Pierluigi Bersani, per una revisione dell’imposizione immobiliare mirata a una maggiore efficienza, equità e progressività.

Un piano dettagliato che punta anch’esso a una riduzione della pressione fiscale, ma si contrappone direttamente agli annunci di Renzi, già finiti nel mirino di Bruxelles. L’obiettivo della riforma delineata dal think tank riformista è infatti la redistribuzione del carico fiscale dai più abbienti al ceto medio-basso. Come arrivarci? Esentando dalle tasse solo le case di minor pregio, circa un terzo del totale. Ma eliminando, in più, anche le imposte sui canoni di affitto. E tagliando le imposte di registro, quella ipotecaria e quella catastale. Le coperture? Dalla rimodulazione dell‘imposta di successione e da una patrimoniale sulle ricchezze superiori ai 500mila euro. Resterebbero poi da trovare 7,5 miliardi di euro, che secondo il Nens si possono però recuperare attraverso una seria lotta all’evasione.

Valori di mercato al posto di quelli (iniqui) del catasto – La proposta delineata dall’associazione di Visco e Bersani parte dall’analisi di come è cambiata l’imposizione immobiliare dopo gli stop and go dei governi Berlusconi, Monti e Letta: oggi il gettito Tasi sulla prima casa è a quota 3,4 miliardi, il 15% in meno rispetto ai 4 miliardi di Imu del 2012. Ma il calo ha avvantaggiato “soprattutto le abitazioni di maggior valore catastale, per effetto del passaggio dell’aliquota standard dal 4 per mille (Imu 2012) all’1 per mille (Tasi 2014), salvo le variazioni delle aliquote deliberate dai Comuni”. Comuni che, alle strette per la riduzione dei trasferimenti dal governo centrale, si sono rifatti aumentando l’imposizione sugli immobili non residenziali e sulle seconde case e, in molti casi, non applicando le detrazioni Tasi. Per aumentare l’equità sarebbe cruciale la riforma del catasto, che era prevista nella delega fiscale data dal Parlamento al governo Renzi nel marzo 2014. Ma a giugno l’esecutivo ha preferito congelare tutto, perché dalle simulazioni sugli effetti dell’algoritmo che avrebbe dovuto rivedere i valori catastali era emerso le rendite sarebbero esplose. Poco male: secondo il Nens lo stesso obiettivo si può raggiungere usando come parametri i valori di mercato rilevati dall’Osservatorio sul mercato immobiliare curato dall’Agenzia delle Entrate. “Scontati” del 10%, per prudenza. Una novità del genere, da sola, sarebbe sufficiente a spostare la pressione fiscale dalle case più recenti ma situate in zone periferiche agli immobili più vecchi ma centrali, che oggi sono ingiustamente favoriti dal catasto.

Nuove aliquote per spostare la pressione fiscale sui più abbienti – L’associazione di Visco e Bersani propone poi che su quei valori sia applicata, per le abitazioni, un’aliquota standard dello 0,25% aumentabile al massimo fino allo 0,5%. Contro le attuali aliquote dello 0,1% per la Tasi e 0,76% per l’Imu. In compenso sarebbe introdotta una detrazione dello 0,13%, fino a un massimo di 240 euro. Stando ai calcoli del Nens, il risultato sarebbe che un terzo dei proprietari non pagherebbe nulla. Di conseguenza il gettito che entra nelle casse degli enti locali si ridurrebbe di 5 miliardi.

effettiLa patrimoniale al posto del prelievo sugli affitti: aliquota dell’1% sopra i 5 milioni – Il piano del Nens riguarda anche gli affitti. Visto che il proprietario è già colpito dalla tassa legata alla proprietà dell’immobile, il canone ricevuto dall’inquilino verrebbe escluso dal reddito imponibile Irpef. E verrebbe cancellata la cedolare secca” che oggi il contribuente può scegliere come alternativa. La riduzione di gettito prevista è di 5,5 miliardi di euro. Il taglio dell’imposta di registro, ipotecaria e catastale costerebbe poi altri 2 miliardi. Mancati introiti che per Visco & C potrebbero essere compensati per 3 miliardi con l’introduzione di un’imposta patrimoniale basata sulla ricchezza immobiliare della cosiddetta “famiglia fiscale” (coppie sposate o di fatto, nuclei con eventuali persone a carico). Le famiglie con base imponibile fino a 500mila euro non pagherebbero nulla mentre quelle con ricchezze da 500mila euro a 3 milioni si vedrebbero applicare un’aliquota dello 0,25%, che salirebbe allo 0,5% dai 3 ai 5 milioni e arriverebbe all’1 per cento sopra i 5 milioni. In base ai calcoli del rapporto, il 90% delle famiglie sarebbe esente mentre a pagare sarebbe il 10% che detiene il 41% della ricchezza nazionale. Infine, lo Stato potrebbe “pescare” altri 2 miliardi con una rimodulazione dell’imposta di successione, che oggi produce un gettito di soli 600 milioni. Il Nens propone di mantenere la franchigia attuale a un milione di euro, ma prendendo in considerazione anche in questo caso i valori di mercato e non quelli catastali.

Le coperture mancanti? Dalla lotta all’evasione Iva – A questo punto resterebbero da trovare coperture per 7,5 miliardi. Più del costo dell’abolizione di Imu e Tasi annunciata da Renzi. L’asso nella manica che, secondo Visco e Bersani, il governo dovrebbe giocarsi è la lotta all’evasione. Basata sulla riforma del sistema fiscale descritta in un rapporto diffuso dal Nens lo scorso anno. Quel documento dava conto di come sia possibile recuperare, a regime, 58 miliardi di euro modificando radicalmente il regime Iva attraverso l’introduzione di un’aliquota unica, il pagamento con carta elettronica di tutte le prestazioni professionali, lo scontrino telematico, e la “inversione contabile” per cui a pagare l’imposta allo Stato è l’acquirente e non il venditore. Una rivoluzione che consentirebbe alla Penisola di perdere il poco ambito scettro di campione europeo dell’evasione dell’imposta sul valore aggiunto, con un ammanco pari a oltre un terzo del gettito previsto.