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Nell’intervista fattagli qualche settimana fa, il Professor Michal Balcerzak, membro del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sulle persone di origine africana, affermava che l’ignoranza degli italiani quanto alla nostra storia coloniale e, più generalmente, nei confronti della storia africana nel suo insieme, costituiva una tra le principali cause del razzismo contemporaneo nel nostro Paese.

Visto l’interesse che tali affermazioni hanno suscitato presso i nostri lettori (e le reazioni talvolta piccate che ne sono seguite), abbiamo considerato opportuno approfondire questi temi. Per questo, con Angelo Del Boca, il maggiore studioso del colonialismo italiano, abbiamo affrontato il tema dell’eredità coloniale. Questa volta, ci occuperemo del contributo africano alla storia insieme al noto giornalista e scrittore senegalese Boubacar Boris Diop, per sfatare le diffuse credenze secondo le quali la storia dell’Africa si riassumerebbe a una successione di barbare guerre tribali, colpi di Stato e, per il resto, folklore.

Dall’antico Egitto alla civiltà del Grande Zimbabwe, dall’Impero del Mali a quello Etiope, dalla regina Nzinga Mbande all’imperatore Shaka Zulu, importante è l’eredità della variegata storia precoloniale africana a nord come a sud del Sahara; e dalle indipendenze ad oggi, l’Africa ha dato alla luce non solo dittatori sanguinari e signori della guerra, ma anche personalità gloriose, da Haile Selassie I a Kwame Nkrumah, da Thomas Sankara a Nelson Mandela, da Wangari Maathai al Capitano Mbaye Diagne. Eppure, la storia dell’Africa continua ad essere ignorata quando non addirittura negata, e con essa l’uguaglianza dell’umanità africana rispetto al resto dell’umanità.

Non si tratta certo di un’ignoranza esclusivamente italiana, come dimostra il famoso Discorso di Dakar del 26 luglio 2007, in cui l’allora presidente francese Sarkozy si spinse fino ad affermare che “il dramma dell’Africa” proviene dal fatto che “l’uomo africano non è abbastanza entrato nella Storia. (…). Il problema dell’Africa è che essa vive troppo il presente nella nostalgia del paradiso perduto dell’infanzia. (…) In questo immaginario dove tutto ricomincia sempre, non c’è posto né per l’avventura umana né per l’idea di progresso”.

Secondo Boris Diop, che a suo tempo rispose a Sarkozy in una lettera aperta dal titolo Un discorso insopportabile: Se al vertice dello Stato francese il livello di riflessione sull’Africa è così basso, non oso immaginare quale debba essere la mentalità del cittadino ordinario. Anche se l’Africa non avesse fornito alcun contributo alla storia umana, ciò non giustificherebbe comunque il razzismo. L’educazione può certamente favorire l’apertura nei confronti dell’’altro’ ed eliminare degli stereotipi come quelli promossi dal Discorso di Dakar, ma la questione essenziale è economica e politica. In fondo, pochissimi paesi africani sono realmente indipendenti, e la mancanza di rispetto nei nostri confronti proviene prima di tutto da questa assenza di controllo del nostro stesso destino. In questo contesto, il problema fondamentale è lo spirito servile delle nostre élite. Con il loro comportamento, i nostri dirigenti promuovono un’immagine di popoli africani immaturi e senza orgoglio, che cercano sempre di vivere a spese degli altri. Queste dichiarazioni particolarmente disprezzabili di Nicolas Sarkozy hanno suscitato all’epoca delle reazioni indignate, ma non bisogna nemmeno dimenticare che sul momento il discorso fu molto applaudito dai presenti. Sarkozy sapeva di non rischiare nulla parlandoci in questo modo”.

Questo discorso offensivo, Sarkozy lo pronunciò, paradossalmente, presso l’Università di Dakar, che porta il nome dello storico senegalese Cheikh Anta Diop, autore di “Nations nègres et culture” e “Anteriorité des civilisations nègres”, opere che hanno alimentato un vastissimo dibattito sulla storia africana e sul contributo degli africani alla storia mondiale, sostenendo che se l’Africa è la “culla dell’umanità”, com’è ormai scientificamente provato, le civiltà più antiche si sono necessariamente sviluppate proprio su questo continente.

Tuttavia, l’opera di Cheikh Anta Diop resta poco conosciuta, soprattutto in Italia. Boris Diop ricorda come, quattro anni fa, incontrò a Roma una studentessa universitaria che aveva da poco scoperto il lavoro di Cheikh Anta Diop: “Fu per lei una vera e propria folgorazione. Non era la prima volta che avevo un’esperienza di questo tipo in Occidente. Un’esperienza che colpisce ancora di più quando si consideri che il pensiero di Cheikh Anta Diop, così stimolante per i neri del mondo intero, è stato a lungo bandito dall’insegnamento in America e in Europa, e che dunque venirne a conoscenza resta tuttora, molto spesso, un fatto casuale. La sua riflessione ha una dimensione universale. È stato a lungo il solo esponente della comunità accademica a sostenere che l’Africa era la culla dell’umanità. Gli è stato opposto ogni tipo di confuse teorie, ma oggi la sua tesi è scientificamente accettata da tutti, senza che nessuno dei suoi contraddittori dell’epoca abbia mai avuto l’onestà di riconoscere il proprio errore. Ha anche insistito sull’origine negro-africana della brillante civiltà egizia, sulla base di fatti precisi e dei testi degli Antichi come Erodoto. Pur avendo sempre sottolineato la necessità che gli africani assumano maggiormente l’iniziativa nel campo della ricerca storica, si è sempre sistematicamente messo in gioco nel dibattito scientifico. Detto questo, l’intenzione di Cheikh Anta Diop non era quella di mostrare agli occidentali che gli africani valgono come tutti gli altri. Si rivolgeva soprattutto agli africani, affinché potessero emanciparsi mentalmente dal peso di un passato doloroso e frustrante. È vero tuttavia che una migliore diffusione della sua opera in Occidente sarebbe molto utile per modificarvi quel concetto di Africa che permette ai pregiudizi razzisti di prosperare. Bisogna però sapere accostarsi a quest’opera con un’umiltà che non è precisamente molto comune presso gli intellettuali occidentali. Oltre a Cheikh Anta Diop, altri ricercatori, occidentali e non, si sono distinti con opere oneste ma che sono state marginalizzate per ragioni puramente ideologiche”.

(Continua…)