La prima cosa che pensi incontrando per la prima volta in carne e ossa Terry Gilliam, è questa: “Ma come diavolo fa quest’uomo, così acuto, così vitale, così giovanile, così allegro e simpatico ad avere 75 anni?”. Subito dopo capisci anche quanto l’ex Monty Python, il geniale e visionario regista di capolavori come “Brasil”, “L’esercito delle dodici scimmie”, “Paura e delirio a Las Vegas” e “La leggenda del re pescatore”, sia di una modestia disarmante. La modestia dei grandi.

Terry è in Italia per ritirare il premio “Ennio Flaiano” alla carriera. Ha una battuta per tutti. Non si sottrae a nessuno. Aspetto e look da fricchettone; animo da signore rinascimentale della migliore specie. Saranno quaranta gradi all’ombra ma lui sciorina selfie, autografi e aneddoti. Possiede uno sguardo limpido e due occhi intelligenti e buoni. E ci regala questa intervista in esclusiva. Che non poteva non muovere dal suo nuovo film, che tanto nuovo in verità non sarebbe: è uscito nel 2013 ma nelle sale italiane arriverà solamente quest’anno. Si intitola “Zero Theorem” e narra di un hacker al servizio di una misteriosa corporazione, che tutto e tutti spia. La vita del protagonista (mister Christoph Waltz), un sempre-connesso dei nostri giorni, scorre nell’attesa di ricevere una telefonata della felicità che gli trasmetta (35 anni dopo il classico Monty Python) il nuovo “senso della vita”. Possiamo anticiparvi (se esiste) che non corre su Internet e non ha nulla di virtuale.

Caro Terry, arriva anche da noi “Zero Theorem”. È un film di speranza o un de profundis?
C’è poca speranza. Ho tratteggiato delle personalità tipiche di questi tempi. Viviamo in un mondo così legato ai numeri e ai calcoli che è quasi impossibile esercitare liberamente la propria fantasia. Mi piace pensare di fare dei film che spingano le persone a esplorare la propria immaginazione. Voglio che la gente si diverta guardando i miei film, che esca dalla comfort zone a cui è abituata, sperimentando qualcosa di diverso.

Cosa penserebbe George Orwell dei social network? Il “bispensiero” anche qui non scarseggia.
(Ride) Sono tempi e distopie diverse. Certo, anche i social sono gabbie di pseudo-libertà, dove tutti si sentono illusoriamente protagonisti in base a quello che dicono, ai mipiace che ricevono in cambio.

Facebook, Twitter. Li adoperi? Hai una pagina facebook molto dissacrante, in cui ti diverti a sfornare infiniti fotomontaggi di te stesso.
Sì, su Facebook mi diverto un sacco, ma preferisco continuare a farmi ispirare dalla pioggia, dal mare, dalle nuvole. Essere online crea dipendenza: cerco di disconnettermi il più possibile.

Cosa ti rende felice?
L’apprezzamento del pubblico.

Sembra che tu stia finalmente per realizzare il tuo “film maledetto”, irrisolto da un ventennio: “L’uomo che uccise Don Chisciotte”. Produrrà Amazon.
Amazon interverrà solo sul versante del finanziamento americano. Comunque sì, stavolta sono fiducioso.

Cosa rappresenta per te Don Chisciotte?
Don Chisciotte chi? (ride).

L’anno scorso c’è stata la reunion trionfale dei Monty Python. Vedi qualche vostro erede in circolazione?
Onestamente, no.

Qual è lo stato di salute della satira nel mondo?
Non siamo messi benissimo. L’attentato a Charlie Hebdo è stato poi uno choc. Sono fermamente contrario a qualsiasi estremismo culturale e religioso: ci sarebbe sempre più bisogno di ridere, soprattutto di noi stessi.

Con chi lavoreresti nell’industria cinematografica contemporanea?
Continuo a dire alla Pixar “Assumetemi!”. Ma quelli nulla. Forse li spavento.

Preferisci Tsipras, Matteo Renzi o Angela Merkel?
La politica oggi non conta più nulla. Comanda la finanza.

Quali sono i tuoi registi del cuore?
Federico Fellini è stato, per me, un esempio folgorante. Riusciva a trasportarti in un inedito Altrove. Ricordo la prima volta che vidi “Roma”: pareva un documentario, ma era ben altro.

Ti piace l’Italia?
Io cerco sempre di rendere il mondo più spettacolare e meno livido e piatto di quello propagandatoci dai media. Le persone vedono le cose commerciali e credono che il mondo sia limitato a questa prospettiva. Che sia così piccolo. Voi italiani invece afferrate la prospettiva, il senso vero della vita. E vi divertite. Quando vivevo in Inghilterra non sognavo più; da quando passo del tempo in Italia, ho ripreso a sognare. Così tanto da svegliarmi presto la mattina.

Dicono che ti sia comprato un castello in Umbria.
Ma quale castello! Sono soltanto rovine.

Perché adori stare in Umbria?
Perché è una terra di santi, e spero tanto che facciano santo anche me, quando verrà il momento (ride).