Un insediamento industriale che, secondo la prospettazione di una Procura della Repubblica, avallata da un giudice per le indagini preliminari (ma che, naturalmente, dovrà passare al vaglio decisivo di un dibattimento), inquina e uccide in maniera seriale. Una gamma di imputazioni (cioè, di reati che, secondo quella Procura, sono stati commessi nella vicenda) variegata e di gran pregio: dal disastro ambientale all’omicidio colposo plurimo, passando per l’abuso d’ufficio. Un provvedimento di sequestro di quegli impianti chiesto doverosamente da quella Procura e disposto da quel gip. Il conseguente, imprescindibile, più o meno spontaneo, ‘allarme per l’occupazione‘. L’invocato ‘intervento della politica’, più precisamente di quella di governo e di sottogoverno, locale e, quando, come qui, l’importanza dell’industria in questione lo richiede, anche nazionale. “Per salvare l’occupazione”, s’intende.

Difensori degli imputati, di regola particolarmente quotati (in questo caso, si tratta addirittura di quotazioni ex governative; in una peculiare applicazione in salsa italica dell’aureo meccanismo, di origine statunitense, delle ‘sliding doors’), che danno vita a contatti diretti e stretti, molto diretti e molto stretti, con uomini e donne di quella politica di governo che deve ‘risolvere il problema‘. Che, forse, per chi governa un paese, ai vari livelli, il dovere non dovrebbe essere solo quello di far ripartire al più presto la produzione della fabbrica, ma anche quello di tutelare la salute e la vita dei cittadini e dei lavoratori esposti alle emissioni non propriamente salubri di quella stessa industria. Forse.

Una gustosa e illuminante ragnatela, soprattutto telefonica ma non solo, di colloqui, di contatti, di contratti, di patti, di sottintesi, di allusioni, di ellissi, di metafore, ma in questo caso anche, scopriamo con viva ammirazione, di satire e arguzie.

Una neolingua che ormai paiono aver codificato settori significativi, per quantità e ‘qualità’ (si fa per dire), delle classi dirigenti di questo paese per le loro comunicazioni ‘interne’, massime per quelle telefoniche; una neolingua, contrariamente a quella di orwelliana memoria, che sembra riservata a una casta di eletti, ma anche non eletti da nessuno, depositari di brandelli e schizzi, più o meno vasti, di potere e sottopotere; che però, proprio come la neolingua di ‘1984′, pare servire anche e soprattutto a uniformare e cristallizzare il pensiero unico di chi la parla.

Nella fattispecie, il pensiero di quei nobili servitori dello Stato, di questo Stato (che, secondo la sua Carta fondativa, “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”), i quali brigano da un ufficio regionale per screditare la consulenza tecnica della Procura che accerta qualche centinaio di morti provocati dalle emissioni di quegli impianti. Oppure, dal cosiddetto Ministero dell’Ambiente, che si prodigano con sommo zelo e dedizione alla causa, “per fare una porcata…. che sia almeno leggibile”, ossia per scrivere un’altra norma salva-inquinatori. O ancora, dalla poltrona di viceministro dello Sviluppo, si adopererebbero per suggerire la strada agli indagati per aggirare la prescrizione che impone la copertura del carbone, e, dulcis in fundo, da fini giuristi quali sono, prospettano esposti al Csm per insegnare, a forza di intimidazioni disciplinari, i fondamenti del predetto pensiero unico anche a coloro, come i magistrati di un ufficio del Pubblico Ministero, che, secondo Lorsignori, dovrebbero essere, come ai tempi belli, i primi garanti di quel sistema di ‘valori’ mirabilmente personificato dai pubblici ufficiali citati, ma che, invece, ancora, in alcune intollerabili espressioni, si dimostrano più sensibili a quella Costituzione cui hanno giurato fedeltà e al suo fondamentale principio di tutela del diritto all’ambiente e alla salute pubblica.

Questo è quello che accade nella vicenda, penale e politica, della centrale a carbone di Tirreno Power, a Vado Ligure; similmente a quanto è accaduto in analoghe storie patrie. Questo è ciò che ci ha mostrato, in primo piano e a tinte vivide, anche in questo caso, quell’interminabile autoritratto delle classi dirigenti di questo paese che sono le intercettazioni telefoniche. Anche lo sfondo di quel ritratto è quello tipico del genere: un sistema di controlli amministrativi colabrodo, nonostante siano i soli realmente in grado di prevenire i disastri.

Una corruzione morale, se non anche direttamente penale, che ha colonizzato e divorato pezzi interi dell’apparato dello Stato, specie a livelli apicali, proliferando su un complessivo tessuto sociale dall’etica pubblica malata, dall’idea stessa di bene comune praticamente estinta.

Il tutto innestato su una concezione reale, a tutti i livelli della nazione ma soprattutto a quelli più alti, dell’ambiente e del territorio come una miniera da saccheggiare o una immane discarica in cui sversare le scorie delle produzioni industriali più nocive e impestanti; queste ultime arricchiscono di dividendi e profitti solo managers e azionisti (700 milioni di euro di utili distribuiti ai soci ), le scorie arricchiscono di veleni e malattie lavoratori e popolazioni intere.

E’ una forma di redistribuzione anche questa. L’unica immaginabile in questo paese, evidentemente.