Il capolavoro, a Silverstone, lo ha fatto senza dubbio Lewis Hamilton. In casa, l’inglese ha ottenuto la sua 38esima vittoria in Formula 1. Davanti a lui c’è solo Sebastian Vettel tra i piloti in attività, 40 volte primo. Poi l’Olimpo: Ayrton Senna (41), Alain Prost (51), Michael Schumacher (91). Ma proprio quando la Ferrari stava per rimanere fuori dal podio per la terza volta di fila, la pioggia inglese ha aiutato Vettel, che nel caos dei pit-stop è riuscito a superare entrambe le Williams e a riportare il sorriso a Maranello. Un sorriso che fa fare un salto all’indietro fino al 1997, quando un altro tedesco, appena ventottenne proprio come Vettel, sedeva sulla monoposto italiana. Schumacher e Vettel sono molto simili e allo stesso tempo tanto diversi. Entrambi tedeschi, ovviamente. Schumi di Hermülheim, appena fuori Colonia; Seb di Heppenheim, nell’Assia, a meno di due ore e mezza di auto da casa Schumacher. Tutti e due hanno scelto la Ferrari da campioni del mondo, proprio mentre la rossa – a metà degli anni Novanta così come al termine della scorsa stagione – stava vivendo un periodo cupo e privo di risultati. Ma questo non basterebbe di certo per reggere un parallelo, più che un paragone, fra il pilota della Ferrari e il mito di Schumacher. Perché quando si parla di lui, del pilota che ha vinto più di tutti in Formula 1 e che detiene (quasi) tutti i record più importanti della categoria, c’è sempre un certo, doveroso timore reverenziale.

Ciò che lega i due, allora, è soprattutto quell’aura vincente che quasi vent’anni fa ha portato il reparto corse di Maranello a seguire ciecamente un tedesco due volte campione del mondo con la Benetton. E che oggi porta lo stesso team a fidarsi del suo erede, quattro volte campione del mondo con la Red Bull. A ventotto anni, quanti ne ha compiuti Vettel il 3 luglio, giorno delle prove libere del Gran Premio di Gran Bretagna, Michael aveva già vinto tre GP con la Ferrari, aveva dimostrato la sua affidabilità salendo sul podio una volta ogni due gare e aveva fatto innamorare definitivamente tutti i tifosi del Cavallino rampante con la vittoria a Monza dell’8 settembre 1996.

Da un certo punto di vista, però, Seb ha fatto anche meglio. Ha ottenuto la sua prima vittoria in rosso alla sua seconda gara con la SF15-T ed è tornato a dare quella continuità sul podio che nel 2014 era completamente mancata. Sempre con quell’attitudine ad attaccare sempre che tanto ricorda lo stile di Schumi. Ma c’è di più. L’urlo di Vettel dopo il traguardo di Sepang, mentre esulta via radio con il team, è stato un rito di iniziazione in rosso per il pilota di Heppenheim: “Sì ragazzi, dai! Grazie, grazie, grazie. Forza Ferrari”. È con questo gesto, un vero e proprio canto liberatorio per tutti i tifosi che erano rimasti in apnea fino ad allora, che Seb li ha conquistati. Ed è riuscito a farlo anche prima del suo idolo di sempre, Michael Schumacher, che tra l’altro non aveva mai amato l’italiano.

Al contrario, a Sepang Vettel ha addirittura violato quel protocollo televisivo che vuole sentir parlare i piloti nella lingua madre. Seb, invece, parla ancora una volta in italiano, ringrazia la Ferrari e saluta i suoi tifosi. Solo dopo, continua in tedesco. “Io voglio essere uno di voi, né più né meno – dice, tre giorni dopo, fra le mura della gestione sportiva di Maranello – Sono parte della squadra e anche se in pista sono da solo, so che in realtà non lo sono mai. Vivremo ancora grandi momenti assieme”. L’intelligenza e la curiosità lo hanno portato a ricominciare da zero, proprio come Schumi. Con la stessa casa e la consapevolezza che, una volta presa quella decisione, i suoi quattro titoli mondiali sarebbero appartenuti ad un’altra vita.

Quando Schumacher arrivò a Maranello, la Ferrari non vinceva un titolo da 18 anni. Lui si portò dietro quasi tutta la Benetton; Vettel invece è arrivato solo, decidendo da sé perfino i dettagli dell’accordo economico. E assumendosi il rischio, alto, di rimettersi in discussione proprio laddove erano reduci da troppe stagioni deludenti. Proprio come fece il suo mito, 19 anni prima. Perché se la Red Bull gli ha già regalato il sogno di diventare quattro volte campione del mondo, solo la Ferrari può consacrarlo nella storia. Come è stato per Michael Schumacher.