Nel 2015 i migranti morti nel Mediterraneo sono stati al 29 giugno 1.864, stima l’Unhcr. Un dato in linea con il 2014, quando in totale sono stati 3.419. A chiusura del suo rapporto The sea route to Europe: The Mediterranean passage in the age of refugees, l’agenzia Onu per i richiedenti asilo invita l’Europa a spendere di più per le missioni di salvataggio. Il loro contributo è decisivo per evitare che il Mediterraneo si trasformi in una fossa comune. E perché l’Europa si sforzasse, c’è sempre voluta una strage, prima.

Nel 2013 ci fu il naufragio del 3 ottobre: 366 morti e 20 dispersi. Dopo l’Italia varò la Missione Mare Nostrum: 9,5 milioni di euro al mese per pattugliare le coste italiane fino a ridosso della Libia. Quest’anno, il 18 aprile, un’altra strage: un barcone con 800 persone a bordo ha urtato la nave che lo stava soccorrendo, la King Jacob, battente bandiera portoghese. Il 29 giugno la Marina Militare ha lanciato l’operazione per il recupero dei cadaveri. Secondo i dati Unhcr in quel mese hanno perso la vita nel Mediterraneo 1.305 persone, contro le 42 del 2014. Nei mesi precedenti erano state 479. E’ una nuova scossa alle coscienze: l’Europa organizza un vertice tra i primi ministri e si decide di cambiare strategia. Triton amplierà la sua portata. Gli effetti si vedono: a maggio gli annegati sono 68, contro i 266 dell’anno precedente. In giugno i risultati sono ancora più importanti: 12 morti nel 2015, 305 nel 2014.

Alla nuova missione Triton, spiega la portavoce Ewa Moncure, partecipano 26 Paesi, con un raggio d’azione aumentato di 138 miglia nautiche, 225 chilometri. Il costo è di 3 milioni di euro al mese. Il parco mezzi utilizzato è raddoppiato rispetto all’inizio: in totale 24 mezzi contro i 12 prima di aprile. “A breve arriveranno dalla Commissione europea ulteriori 26 milioni di euro per rinforzare Triton in Italia e Poseidon in Grecia. I fondi saranno utilizzati da giugno a fine anno. Triton avrà quindi un budget 2015 di 38 milioni, Poseidon di 18 milioni”, spiega Moncure. “Facciamo il massimo nelle nostre disponibilità – prosegue la portavoce di Frontex – ma per ridimensionare visibilmente il problema bisognerebbe intervenire nei Paesi di origine (Libia soprattutto), dove l’instabilità politica è la principale causa del fenomeno”.

Questo è proprio l’intento del Processo di Khartoum, un accordo siglato a Roma tra i ministri dell’Unione europea e Paesi del Corno d’Africa (Eritrea, Somalia, Etiopia e Gibuti) e di alcuni paesi di transito (Sud Sudan, Sudan, Tunisia, Kenya ed Egitto). Obiettivo dell’incontro: spostare le frontiere più a Sud, nei Paesi di transito e di partenza, creando hub e centri di accoglienza (su base volontaria) in Paesi come Niger ed Etiopia. Sarà adatta come risposta alle richiesta dell’Unhcr di salvare più vite umane? L’Agenzia Onu non ha mai chiarito la sua posizione sul Processo di Khartoum.

Intanto Triton a breve registrerà una significativa defezione. La nave HMS Bulwark della marina reale abbandonerà le acque del Mediterraneo il 5 luglio, giorno in cui scade il mandato di sessanta giorni della missione britannica, proprio a ridosso del picco di flussi migratori che ogni anno si registra nei mesi estivi.

Ma non sono solo le navi degli stati membri a solcare le acque del Mediterraneo in cerca di migranti. Da agosto 2014 è entrata in gioco un’imbarcazione privata, facente capo alla famiglia Catrambone. Italo-americano lui, italianissima lei, la coppia di imprenditori inseriti nell’industria delle assicurazioni in zone di conflitto ha spostato affari e residenza a Malta, dopo che il l’uragano Katrina aveva distrutto la loro casa nel 2005. La scorsa estate, sborsando di tasca loro circa sette milioni di euro, hanno inaugurato Moas (Migrant Offshore Aid Station). Si tratta di una missione di soccorso permanente formata da una nave da 40 metri, equipaggiata con due droni per la pelustrazione delle acque fino a 180 Km di distanza, due gommoni a motori e un equipaggio di venti persone altamente qualificato per il soccorso in mare e medico. Il costo? Circa 440mila euro al mese che Christopher e Regina Catrambone contano di ammortizzare tramite una raccolta fondi online.
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