Cinque anni fa la Dinamo Sassari era sull’orlo del fallimento in Legadue. Sabato 27 giugno la città si è svegliata campione d’Italia di basket, ammesso che sia andata a dormire. A dir la verità ha aperto gli occhi da campione di tutto. In una stagione ha messo in bacheca Supercoppa Italiana, Coppa Italia e scudetto. Si legge triplete ed è lecito chiamarlo impresa tenendo conto che nella storia della pallacanestro italiana un’annata così era riuscita solo a Benetton Treviso e Mens Sana Siena.

Il trionfo della società isolana – sì, questo è un successo della Sardegna intera: non sono pochi gli appassionati che partono da Cagliari per seguire le partite casalinghe – porta una firma in calce a caratteri cubitali. Quella dell’allenatore Romeo Sacchetti, Meo per tutti. Ex giocatore, uno degli azzurri che fu capace di vincere uno storico Europeo a Nantes ‘83, in panchina Sacchetti è sempre stato un divisivo. Sia chiaro, non tra i suoi giocatori. Ma tra i puristi del gioco e chi bada meno alla sostanza e più allo spettacolo.

Dicevano i primi: “Non vincerà mai, questo non è basket”. Rispondevano i secondi: “Comunque diverte”. Sacchetti, nato ad Altamura da una famiglia rom, ha smentito tutti. La sua pallacanestro libera – ingredienti: minimo indispensabile di tattica, massimo possibile di talento, atletismo e ritmo – ha vinto contro Reggio Emilia, ma soprattutto in semifinale era stata il killer dell’Olimpia Milano, la corazzata milionaria di Giorgio Armani obbligata a far quello che è riuscito a Sassari e crollata invece proprio davanti agli isolani in tutte e tre le competizioni.

Non a caso, nel vecchio scatolone reggiano dove la Dinamo, mai in vantaggio nella serie e neanche nella decisiva partita fino a 2 minuti dalla fine, ha chiuso una stagione probabilmente irripetibile, il coro più gettonato faceva il verso all’Olimpia: “Din-don, din-don, intervengo da Milano: lo scudetto non c’è più”. Puf, Sacchetti ha sfilato la finale all’Olimpia sul fil di sirena e si è ripetuta con Reggio Emilia per il malloppo grosso, affidandosi a fisico e giocate dei singoli. E un po’ a suo figlio Brian, che il papà allenatore ha portato spesso con sé nel corso della sua carriera in panchina. Quasi un’antitesi della pallacanestro che va predicando: fisico normale, mezzi tecnici ancor di più. Ma la garanzia d’avere un fido scudiero pronto a lasciare tutto sul parquet, spiegando al lungo elenco di americani qual è la faccia giusta quando le partite scottano. Brian ha iniziato la sua avventura a Sassari un anno dopo il padre. Prima c’era stata la promozione in A subito dopo il salvataggio da parte dell’attuale proprietario Stefano Sardara, che attorno alla Dinamo ha saputo catalizzare l’attenzione dell’intera Sardegna. Poi playoff immediati e crescita costante. Ma zero successi e quel ritornello che tornava: “Con il basket di Meo non si vince”. L’incantesimo venne rotto in Coppa Italia nel febbraio 2014. La prima vittima? Milano. Il luogo del delitto? Il Forum di Assago, la casa dell’Olimpia. Poi avanti fino al trofeo. Un episodio, pensarono gli esteti: giocando a cento all’ora come fanno le squadre di Sacchetti, spesso senza una logica offensiva, portando all’estremo quel concetto che gli americani riassumono in “run&gun”, corri e tira, prima o poi tre giorni di fila con alte percentuali di tiro capitano e vinci. Più difficile farlo nei playoff.

Sacchetti deve aver sorriso sotto i suoi baffi, stretto nelle sue polo, dietro gli occhiali appannati dal sudore e seduto in maniera scomposta in panchina. Poche urla, a differenza degli altri allenatori. Nella sua pallacanestro vince la forza della tranquillità. Il talento prima o poi fa il suo dovere. Ecco perché la scorsa estate ha voluto Jerome Dyson, testato con successo in Italia da Brindisi nel 2013/14, giocatore incontenibile sia per le difese avversarie che per il proprio coach. Più David Logan, guardia esperta e con mani sopraffine: uno che in finale – per due volte – è riuscito a sbagliare tutto il possibile salvo rivoltare le partite con prestazioni da urlo quand’era il momento di vincere. E ancora l’atletismo di Rakim Sanders, Jeff Brooks e i mezzi da marziano di Shane Lawal, due stagioni fa protagonista nella seconda serie italiana e ora pronto ad andare al Barcellona con un assegno da un milione di euro in tasca. Come se non bastasse in panchina ecco Edgar Sosa, portoricano fumantino, e il totem camerunense Kenny Kadij. E gli italiani? Pochi, statisticamente marginali ma preziosi. Non solo Sacchetti jr, anche Giacomo De Vecchi, cugino della star Danilo Gallinari e capace di costruirsi una carriera sulla nomea di buon difensore, Matteo Formenti e Massimo Chessa, l’unico sardo. Oltre al capitano 40enne Manuel Vanuzzo, al primo scudetto in carriera.

La sconfitta Reggio Emilia capitanata da Andrea Cinciarini era arrivata in finale con un solo coloured, il giovane Chikoko, tre campioni over 30 (Kaukenas, Darius Lavrinovic e l’ex Dinamo Drake Diener, unico americano) e un manipolo di under 25 costruito in parte nel proprio settore giovanile. Qualcuno pensava che la vittoria più “giusta” fosse la loro per la filosofia di base. Ha vinto il basket da montagne russe di Sacchetti, che in stagione regolare aveva portato Sassari a chiudere al quinto posto, posizione scomoda per la corsa allo scudetto. Nei playoff non sono mancate le oscillazioni ma nei momenti chiave ha vinto la quantità di talento, contro il quale non esistono gabbie quando decide di scatenarsi. Che piaccia o meno, nel panorama sempre più povero del basket italiano, al momento la filosofia di Sacchetti è vincente: “Andate, attaccate, divertitevi e regalate insonni notti di gioia alla Sardegna”. Ci sono riusciti.