Il reddito di base, storica proposta di San Precario, è sulle prime pagine per via delle iniziative legislative del Movimento 5 Stelle, di Sel e del cosiddetto Reis (Reddito d’inclusione sociale) proposto da un cartello cattolico-sindacale (Arci, Cgil-Cisl-Uil, Caritas, Acli…).

Qui un’analisi di due proposte; in un prossimo articolo, affronteremo la terza, quella di Sel.

Chiariamo subito: quello pensato da San Precario non vorrebbe essere un reddito di cittadinanza, che escluderebbe i residenti provenienti da paesi non-Schengen, che pure producono ricchezza. Noi siamo per un reddito universale, individuale e non familiare, finanziato dalla fiscalità generale, incondizionato, rivolto almeno a chi è al di sotto della soglia di povertà relativa, che è pari al 60% del reddito mediano su base nazionale.

Secondo noi, nessuna delle proposte rappresenta una soluzione ideale; tuttavia, mentre la proposta dei 5 Stelle fa dei passi nelle giusta direzione, il Reis è quasi un’elemosina, che non produrrebbe una vera redistribuzione della ricchezza.

Infatti, il Reis:

  1. si rivolge a famiglie (non individui) di qualsiasi nazionalità se regolarmente residenti da 12 mesi;
  2. ogni nucleo riceverebbe una somma pari alla differenza tra la povertà assoluta (per 2 persone circa 850 euro) e il proprio reddito;
  3. tutti i membri tra 18 e 65 anni abili devono dare disponibilità ai Centri per l’impiego, fare formazione o riqualificazione professionale;
  4. il costo è di 1,7 miliardi per il primo anno, 3,5 miliardi il secondo, 5,3 miliardi per il terzo anno; dal quarto anno (a regime) 7,1 miliardi.

Il disegno di legge del Movimento 5 Stelle invece prevede:

  1. che ogni individuo o gruppo familiare raggiunga un reddito pari ai 6/10 del reddito mediano delle  famiglie italiane (fissato da Eurostat nel 2013 a 15.514 euro. I 6/10 ammontano a 9.360 annui quindi 780 mensili per la persona singola, 1.014 euro per un genitore con un figlio minore, 1.638 euro per una coppia con due figli minori e via dicendo (soglia di povertà relativa);
  2. ne beneficia chi ha un reddito Isee inferiore alla soglia tramite il sussidio necessario a raggiungerla: ad esempio, se come singolo ho 500 euro mensili, ho diritto a percepire 280 euro;
  3. destinatari sono i cittadini europei e gli stranieri provenienti da Paesi con accordi di reciprocità;
  4. i beneficiari devono seguire percorsi formativi e di inserimento lavorativo, iscriversi ai Centri per l’impiego, sostenere colloqui per lavori attinenti le proprie competenze certificate, fornire un contributo alla collettività partecipando a progetti culturali, sociali, artistici, ambientali, formativi e di tutela dei beni comuni, presso i comuni di residenza. Il reddito decade in caso di dichiarazioni mendaci e se il beneficiario rifiuta la terza offerta di lavoro consecutiva ritenuta congrua, o recede senza giusta causa dal contratto di lavoro per due volte nel corso dell’anno. Si considera congrua un’offerta di lavoro se è attinente alle competenze del beneficiario, la retribuzione oraria è almeno l’80% di quanto previsto dai contratti nazionali, il luogo di lavoro è entro 50 chilometri dalla residenza ed è raggiungibile entro ottanta minuti con i mezzi pubblici.

Siamo quindi lontani dall’ipotesi di un’erogazione di reddito minimo incondizionato, anche se si fanno dei passi nella giusta direzione ponendo la “congruità” come parametro di accettazione fino a tre offerte di lavoro. Si precisano anche i modi di finanziamento: occorrono circa 15,5 miliardi di euro; il fondo gestito dall’Inps deriverebbe:

  1. dal maggiore prelievo sui giochi (600 milioni);
  2. dalla addizionale dell’1% sulle società del settore energetico, con divieto di scaricare sui prezzi al consumo (100 milioni);
  3. da tagli al Ministero della Difesa (non meno di 3,5 miliardi annui – si parla dei famosi F35);
  4. da varie forme di spending review, tra cui la riduzione delle indennità parlamentari e la revisione dei sistemi di acquisto anche regionali (risparmi di almeno 4,5 miliardi);
  5. da un’imposta sui grandi patrimoni mobiliari e immobiliari: dallo 0,75% per patrimoni superiori a 2 milioni di euro fino al 2% per patrimoni superiori a 15 milioni di euro (6 miliardi).

Altri punti interessanti di questa proposta riguardano il diritto all’abitazione, quale bene primario, da tutelare tramite forme di agevolazione del pagamento del canone di locazione, e la delega al governo sull’introduzione di un salario minimo orario.

Sono secondo noi aspetti favorevoli il fatto che si tratti di un reddito individuale, finanziato dalla fiscalità generale, con ben definite fonti di finanziamento. Punti discutibili sono invece il fatto che non venga dato a tutti i residenti, una certa contradditorietà nel definire obblighi e decadenza, e infine che, sebbene si introduca il salario minimo orario per legge, nulla viene detto rispetto a una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali.

To be continued…