Sulle pagine de ilfattoquotidiano.it ha preso nelle ultime settimane avvio un dibattito di approfondimento sulle prospettive di riforma del terzo settore e dell’impresa sociale in Italia. Il nodo della questione è se terzo settore e imprese sociali vanno pensati come soggetti che devono ibridarsi di più con le logiche del mercato e della divisione degli utili, oppure se si tratta di attori che si esprimono al meglio attraverso una differenziazione secca dalle logiche del profitto e del mercato.

Il concomitante esplodere di continui scandali che vedono coinvolte cooperative sociali sui media nazionali non aiuta probabilmente a osservare il problema con uno sguardo sufficientemente distaccato. Negli ultimi dodici mesi si è formata così una variegata e multicolore lobby di sostenitori dello sdoganamento dell’azione del terzo settore verso logiche di mercato. I vincoli alla distribuzione degli utili tipici di questo mondo sono stati messi in discussione e accusati di essere il freno allo sviluppo di una nuova forma di economia più pulita e civile a cui affidare il traino alla rigenerazione del capitalismo selvaggio. A essere messo sul banco degli accusati è anche il rapporto di finanziamento con gli enti pubblici che a dire dei sostenitori dello sdoganamento del terzo settore è causa congenita di malaffare, blocco all’innovazione e assistenzialismo diffuso.

Le argomentazioni addotte per sostenere queste posizioni sono intrepide. Ma purtroppo sprovviste di evidenze empiriche. Anzi, addirittura distorsive di una realtà che è molto lontana da essere quella immaginata dai nuovi mercatizzatori del welfare.
Diversamente da quanto propagandato, le imprese sociali e il terzo settore non sono affatto organizzazioni al soldo del soggetto pubblico. I dati dell’ultimo rapporto sull’impresa sociale in Italia parlano di una dipendenza economica pari a circa il 50% dei fatturati da parte delle cooperative di inserimento lavorativo e di circa il 75% per le cooperative di servizi. Considerato che si tratta di servizi di pubblico interesse pensare a un finanziamento inferiore da parte del soggetto pubblico significherebbe semplicemente negare la possibilità di fornire queste prestazioni agli aventi diritto. Per il resto il terzo settore e le imprese sociali si arrangiano attraverso vendite di servizi, raccolta fondi in variegati settori di intervento, partnership con le fondazioni e le istituzioni della comunità. Il terzo settore e le imprese sociali non sono inoltre assolutamente organizzazioni stantie e poco innovative. Anche in questo caso la ricerca empirica mette a dura prova l’immaginazione fervida dei sostenitori della mercatizzazione dell’impresa sociale. Circa un terzo delle cooperative sociali italiane ha generato nel corso degli ultimi tre anni attività innovative importanti estendendo la propria attività anche in ambiti assolutamente innovativi come lo sviluppo locale, la sanità leggera, l’agricoltura sociale, eccetera. E certamente accusare il terzo settore di essere vittima consapevole di assistenzialismo per il fatto che molti servizi sono finanziati dal soggetto pubblico, è barzelletta feroce trattandosi di vere e proprie vendite di servizi realizzate in base a criteri di selezione molto rigidi e qualificanti.

Parlare del valore aggiunto in termini di donazioni e volontariato a favore delle organizzazioni di terzo settore sarebbe anche conveniente per chi volesse veramente fare un pò di contabilità sulla capacità di queste organizzazioni di contribuire allo sviluppo sociale e economico del Paese. Non significa che tutto questo mondo non vada incentivato a crescere e migliorare. Ma un conto è ragionar di fatti, un conto è denigrare senza conoscere.

E l’impressione è che chi parla oggi di necessità di aprire il terzo settore e le imprese sociali a una concezione più mercantile sappia effettivamente poco di quello che dice. Non sappia per esempio che una consistente mole di letteratura conferma come la mercatizzazione del terzo settore mette a rischio l’attenzione verso l’inclusione e la giustizia sociale. Non sappia che il terzo settore e le imprese sociali servono oggi circa due milioni e mezzo di cittadini attraverso servizi di ogni tipo e sia dunque improprio parlare di un sistema residuale di intervento. Non sappia, o peggio faccia finta di non sapere, che solo soggetti che istituzionalmente non sono mossi da fini di lucro palesi possono sperare di conquistare la fiducia di persone chiamate a dare qualcosa di più di quello che ricevono, in termini di donazioni, partecipazione attiva, e capitale sociale.

Si sta vedendo dove le politiche di rottamazione stanno portando l’Italia. Di alchimisti rottamatori del terzo settore e dell’impresa sociale, sinceramente, non ne si sentiva la mancanza.

di Luca Fazzi, sociologo studioso di terzo settore, docente all’Università di Trento