Una Libia infiltrata a fondo dagli jihadisti, in grado di fungere da “hub” da dove poter più facilmente pianificare e sferrare attacchi in tutto il Nord Africa e in Europa. L’allarme arriva dal Pentagono, nelle stesse ore in cui all’Onu si discute sulla risoluzione che dovrebbe dare alla Ue il via libera alle operazioni per fermare l’emergenza immigrati nel Mediterraneo. Intanto, dopo la caduta di Ramadi causata – come rivela il New York Times – da una tempesta di sabbia, la strategia di Barack Obama è sempre più nel mirino dei repubblicani: “Non funziona”, ha attaccato lo speaker della Camera John Boehner. Ma non è il solo. E la Casa Bianca apre a una discussione per migliorare l’approccio in Iraq: “Il presidente ne discutendo sempre col team per la sicurezza nazionale”.

La Libia comunque diventa fonte di sempre maggiore preoccupazione. Secondo le fonti militari statunitensi citate dal Wall Street Journal, non ci sono dubbi: negli ultimi mesi i leader dell’Isis dalla Siria hanno continuato a inviare in Libia – ed in misura sempre crescente – denaro, combattenti e istruttori militari, per rafforzare la presenza della loro organizzazione nell’area. Insomma, la conferma che la Libia è la vera “nuova frontiera” dello stato islamico, che sta cercando in tutti i modi di espandersi e di “capitalizzare al massimo” il caos e il vuoto di potere creatisi nel Paese nordafricano, puntando al controllo delle tante fazioni estremiste che rendono il quadro geopolitico nella regione altamente frammentato. E’ un passo avanti non da poco – spiegano fonti dell’amministrazione Usa – visto che fino a poco tempo fa la presenza dell’Isis al di fuori di Siria ed Iraq era più che altro caratterizzata da gruppi di militanti che agivano in maniera autonoma. Gruppi che si ispirano all’ideologia del califfato senza però avere troppi legami diretti con l’organizzazione e i suoi leader.

In Libia invece appare chiaro come la situazione sia ormai diversa. Negli ultimi mesi – spiegano al Pentagono – dalla Siria sono state inviate somme di denaro crescenti attraverso un sistema di trasferimenti basato su corrieri locali, col risultato di una iniezione di liquidità nelle casse dei gruppi estremistici libici non di poco conto. A guidare le operazioni sul terreno, anche quelle di addestramento dei militanti, uno stretto collaboratore di al Baghdadi, Wissam Abd Zaid al-Jubori, ex ufficiale delle forze speciali irachene spedito in Libia nel gennaio scorso.

Il Pentagono non nasconde quindi la preoccupazione per tutto ciò. Anche perché fermare l’Isis in Libia è molto più complicato. Per questo la strategia dell’amministrazione Obama per il momento non cambia: ci si continua a concentrare sulle roccaforti jihadiste in Siria e in Iraq, la via ritenuta migliore anche per tagliare i legami con la Libia o con altre aree come quella del Sinai. Ma dopo la caduta di Ramadi ci si interroga sui limiti di tale approccio. E’ bastata una tempesta di sabbia – rivela il Nyt – per fermare gli aerei americani. I jihadisti hanno saputo sfruttarla a loro favore, avviando una rapida avanzata contro le forze di sicurezza irachene. E quando la nebbia è calata, per l’azione dei caccia Usa era ormai troppo tardi. La beffa – ha ammesso il Pentagono – e che nella fuga le truppe irachene hanno abbandonato decine di veicoli militari Usa: carri armati, altri mezzi corazzati e pezzi di artiglieria.

Ma c’è un altro aspetto che colpisce. Le finanze del’Isis – stando a un’indagine sempre del Nyt – godono di ottima salute, nonostante i raid e il crollo dei prezzi del petrolio. La voce più corposa è costituita dalle entrate provenienti dalla tassazione imposta sui territori controllati dai militanti del califfo e dalle estorsioni: oltre un milione di dollari al giorno. Circa 500 milioni di dollari sono poi arrivati in tutto il 2014 dai valori rubati nelle banche di proprietà dello stato, mentre 100 milioni di dollari sono entrati nelle casse dell’Isis dal commercio del petrolio. A queste cifre vanno aggiunti anche i 20 milioni di dollari incassati con i riscatti degli ostaggi rapiti.